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lunedì 8 novembre 2010

Miti della Massoneria di Lino Sacchi (Età dell'Acquario)











Dopo il successo planetario dei libri di Dan Brown, l’ultimo in particolare, i «miti» massonici riscuotono grande interesse. Vi si sono avventati divulgatori (televisivi e cartacei) di ogni qualità, che trovavano magari un po’ appassiti altri soggetti.
D’altra parte non vi è dubbio che intorno alla massoneria le leggende sono sempre fiorite copiose, incoraggiate dall’alone di mistero che fin dai primordi ha circondato le logge, legato soprattutto a quella ritualità che i massoni hanno sempre cercato di mantenere segreta (sia pure con poco successo). Alcune di esse si sono sviluppate e strutturate in narrazioni complesse, ispirate dai massoni stessi o dai potenti nemici che l’Istituzione annovera soprattutto nell’area latina. Valga per tutte l’esempio della «connessione templare», ancora oggi una delle più vitali.
Sull’argomento, questo libro cerca di fare «ordine nel caos» (per usare un motto massonico), tenendo presente che la distinzione dell’aspetto storico da quello mitico non è sempre ovvia, nemmeno nelle logge. E senza tradire il principio che non esistono storia sacra e storia profana: solo buona storia e cattiva storia.

L'AUTORE

Lino Sacchi ha un curriculum variegato. Dopo giovanili trascorsi musicali (socio pianista dell’Accademia Filarmonica di Bologna) il suo mestiere di geologo lo ha portato in varie parti del mondo. Ha poi intrapreso la carriera universitaria diventando Professore Ordinario a Torino. Negli ultimi anni ha messo al centro dei suoi interessi l’istituzione massonica, della quale fa parte, e della quale si è dato a volgarizzare la storia in alcuni suoi aspetti poco frequentati. Presso le nostre edizioni ha già pubblicato Massoneria per principianti e Storie sorprendenti di Liberi Muratori (certi e presunti). Ha collaborato con le principali riviste massoniche italiane. Ha percorso un lungo itinerario sia nel Grande Oriente d’Italia, sia nel Rito Scozzese Antico e Accettato.

lunedì 17 agosto 2009

Nuovo successo del musicista di Galatone Giovanni Maria Pala che ha scoperto le note ne “L'ultima Cena” di Leonardo da Vinci


Il libro di Pala tradotto in spagnolo, giappponese, e portoghese in tutto il Centro e Sud America.
Ritorna a varcare l’oceano il successo della ricerca di Giovanni Maria Pala, autore del volume "La musica celata”. Il libro, che illustra la scoperta di un codice segreto scritto in maniera speculare tra le figure del dipinto di Leonardo da Vinci - "L'Ultima Cena" - è stato recentemente tradotto in lingua spagnola e portoghese e distribuito in tutto il Centro e Sud America. Dopo l'attenzione riservatagli dalla comunità scientifica giapponese, concrettizzatasi con l’edizione della prestigiosa casa editrice East Press e in un documentario sulla principale televisione nazio¬nale nipponica - Tokio Television con la collaborazione della Kirin Art Gallery - l'opera ha appena fatto il suo debutto in tutta America Latina. Le due edizioni - “La musica escondida”, edito dalla Spagnola Ediciones B di Madrid - e “A musica oculta”, prodotta dalla prestigiosa casa editrice LaRousse, sono già nelle librerie di Brasile, Messico, Argentina, Venezuela, Colombia, Cile, Perù, Honduras, Costa Rica, Bolivia, Uruguay, Ecuador, Paraguay, Guatemala, Panama, Nicaragua e Guyana. Proprio in questi ultimi giorni la televisione di Stato Argentina – TV4 - ha trasmesso all'interno della serie “I misteri del terzo millennio”, un'intera puntata dedicata alla straordinaria scoperta del musicista Salentino. In questo “Special” la melodia, un requiem che è stato già trasportato in una toccata e fuga per organo e in una versione per orchestra, ha fatto da sottofondo a un'accurata analisi della ricerca. Il libro appena pubblicato è una edizione rivista che ha comportato alcuni ampliamenti e spiegazioni, più adatte per i poco accorti lettori sud-americani. La scelta è stata soprattutto dettata dall’esperienza acquisita nel fortunato tour nord-americano dello scorso ottobre 2008, quando Giovanni Maria Pala si è trovato a dover rispondere a diverse domande sui legami con il “Codice da Vinci” di Dan Brown. Accostamento più che mai inopportuno, visto il valore scientifico della ricerca del musicista e studioso Salentino. Un saggio che si legge come un romanzo e che contiene un accurata analisi su un pezzo di storia dell’arte, sulla musica del quattrocento, e sui misteriosi codici che Leonardo ha criptato nella sua celebre opera. Una scoperta affascinante, unica al mondo, che ha ag¬giunto un inedito tassello ai tanti misteri che ancora circondano la figura di Leonardo da Vinci.

domenica 12 luglio 2009

Intervista a Giuseppe De Luca autore di Nemrod (Star Comics)




















Nemrod, è un prodotto editoriale che si discosta da tutte una serie di opere che in edicola vedono la luce. Quali sono i tratti distintivi che lo rendono avvincente, interessante,magari presentando delle peculiarità vuoi per contenuti, vuoi per riferimenti letterari o cinematografici?

Dal mio punto di vista ciò che rende originale questo prodotto è l’assenza di un protagonista principale . Di solito nel corso di una classica storia seguiamo le vicissitudini del nostro eroe sapendo benissimo che alla fine riuscirà sicuramente a salvare la pelle, quello che ci può far divertire è il modo in cui si sviluppa la storia, ma questa saga essendo caratterizzata da “un gruppo” di protagonisti, ci può far pensare che qualcuno dei “nostri” ci possa lasciare in qualsiasi momento.

Nemrod, viene citato per la prima volta nella Bibbia, dove è descritto come "potente cacciatore nel cospetto del Signore". Perché partire proprio da un nome come questo?

Questa domanda ci ricollega in qualche modo alla precedente, infatti ci sarebbe da aggiungere anche l’ originalità della scelta di chiamarlo “Nemrod” il quale non è il nome dell’eroe protagonista, ma è il nome che si da allo scopo dei nostri eroi. La prerogativa di questo fumetto è la lotta tra il male è il bene, e il gruppo dei nostri uomini sono appunto gli artefici di questa lotta contro il dilagare del male sulla terra attraverso tutte le sue manifestazioni.

Nemrod è un progetto fumettistico ambizioso che abbraccia più generi dal fantasy, all’horror, con l’inevitabile riferimento ad un filone letterario che è stato inaugurato da Dan Brown e dal suo Codice Da Vinci. E naturalmente a tutta quella tradizione mistico-esoterica di Templari ed altri ordini cavallereschi come Rosa Croce, etc. Nemrod può essere definito una pubblicazione a metà strada tra il pop e il rigore magari di ricerche bibliografiche in tali ambiti?

La base, o ingrediente principale di questo progetto è soprattutto la meticolosa ricerca storica, e a mio avviso per un maggiore apprezzamento della serie sarebbe utile una certa conoscenza degli eventi che fanno capo allo sviluppo della storia. Ovviamente il filone letterario a cui fai riferimento ha influenzato, ma io non essendo il creatore della serie non vorrei addentrarmi in giudizi in merito che potrebbero anche non essere giusti.

Parlaci un po’ del tuo coinvolgimento diretto a livello artistico in Nemrod, quali difficoltà hai incontrato, come si lavora in casa Star Comics?

Entrare a far parte dello staff di Nemrod è stato anche un po per fortuna (un po come tutti immagino in questi casi), un paio d’ anni fa ero alla ricerca di un lavoro che mi potesse dare maggiore soddisfazione a livello professionale, sentii che in star comics si stavano preparando un paio di nuovi progetti, uno era “Khor”, l’altro appunto “Nemrod”, poco dopo in fiera a Torinocomics feci vedere qualche mia tavola a Fabio Celoni e Andrea Aromatico (creatori del progetto), i quali apprezzarono il mio lavoro e mi diedero un paio di tavole di prova da fare, le feci ed eccomi qua.
Le difficoltà che ho incontrato sono state solo e prettamente d’approccio al tema e ai personaggi, ma solo per poco, in seguito ho acquistato più sicurezza e anche la fiducia degli autori fortunatamente.

Domanda di rito: cosa consiglieresti a chi vuole diventare un fumettista?

Consiglierei di esercitarsi sempre, di guardare cosa c’è in giro nelle edicole, e di non farsi influenzare da un solo autore. Questo mestiere fortunatamente è trasparente, se si è bravi si va avanti naturalmente, e lo sbocco prima o poi lo si trova, l’ importante è non mollare.

martedì 5 maggio 2009

IL SENTIERO DEL BOSCO INCANTATO di LUIGI PRUNETI (LA GAIA SCIENZA EDITRICE). REC. DI SILLA HICKS

Anni fa, prima che la mia vita finisse e cominciasse tutto questo, andammo al cinema a vedere 23, innocuo filmetto estivo confezionato su uno degli apparentemente più scarni racconti di Stephen “it” King.
Non c’è molto da dire sulla trama né sull’atmosfera allucinatoria, livida e claustrofobica, in cui Donnie Darko echeggia insieme a Spider (che è un compitino, ok, ma del mio adorato Cronenberg) e persino al telefilm Numbers: ruota tutto attorno a questo numero, il 23, che il protagonista trova praticamente ovunque, una persecuzione onnipresente cui non riesce a sfuggire.
Apparentemente, niente di che: eppure, nei giorni successivi, cominciai anch’io a notare il susseguirsi di 23 nelle cose più banali della mia, di vita: d’un tratto, era come se fosse davvero ovunque, nelle cifre – sommate a due a due- della targa della mia motrice, in quelle – moltiplicate per due, prima di sommarle a tre a tre - della mia patente, persino nelle date –opportunamente elaborate -che mi significavano qualcosa.
Senza volerlo, mi stavo convincendo che questo numero incombesse davvero –opportunamente mimetizzato - sul mondo: ormai certo che non fosse possibile che la frequenza con cui si presentava a tradimento fosse casuale, telefonai addirittura a mia sorella, che è un matematico, per cercare nella sua amicizia coi numeri primi un qualche sostegno alle mie ipotesi.
Era la prima volta – ed è stata anche l’ultima – in cui i suoi numeri dialogavano con me: voglio dire, io i compiti di matematica, a scuola, li copiavo. So a stento le tabelline e i giochi tipo sudoku hanno per me lo stesso grado di difficoltà della scalata dell’Annapurna, ma ero così preso dalle mie indagini sulla presenza del 23 da pensarci di continuo, di ricavarlo persino dalle cifre del prezzo del gasolio in autogrill, o dalla partita IVA sullo scontrino del caffè, arrivando a moltiplicare le soste per cercare conferme.
Gentilmente, Ilaria non rise. Aspettò che finissi, e mi dimostrò, in due parole, che qualsiasi numero può sembrare onnipresente se siamo noi a cercarlo, perché, di fatto, scomponiamo le cifre di tutto quello che troviamo fino a che non lo scoviamo, utilizzando qualsiasi espediente per costruire l’algoritmo necessario con tutti i mezzi a disposizione: e tanto più ci convinciamo, quanto più il gioco diventa facile, perché è la nostra mente a continuare a giocare, di nascosto, e a servirci il risultato ammantato di meraviglia, anche, affinché possiamo restare al sicuro, aggrappati alla nostra teoria, che pure non ha altro fondamento che quello che noi abbiamo deciso di darle.
Fu così che la mia liaison con il numero 23 finì bruscamente, e con essa ogni mia velleità di vedere nei numeri altro che prezzi o limiti di velocità. Non capirò mai niente di matematica.
Ma da quei giorni mi è rimasto l’insegnamento a partire dall’ipotesi, senza manipolarla per potersi scegliere il finale.
Fatti i debiti distinguo, mi sembra che la rilettura in chiave esoterica di miti, leggende, letteratura e fumetti abbia molto in comune con la mia ricerca di allora del numero 23 nella quotidianità della mia vita.
Voglio dire: molto di quello che l’uomo produce con le parole ha sicuramente a che fare con la sua evoluzione, e ogni progresso viene fuori da un percorso.
Esistono generi interi che parlano di questo, dal bildungroman, che significa letteralmente racconto di formazione, a Siddharta.
Tutto è cammino, tutto è ricerca. Di cosa, poi, questo sì che è vario.
Diventare adulti è un percorso di iniziazione: nella foresta per Kunta Kinte, sulle autostrade per me e altri, attraverso i tre regni dell’aldilà per Dante, le 7 fatiche per Ercole e qualche mese in una caserma-anticamera dell’inferno del Vietnam per i ragazzi di Full Metal Jacket.
Qualsiasi sia l’ambientazione, la sostanza non cambia: affrontando le necessarie prove si diventa grandi, e si conquista il diritto a sedere a tavola con gli adulti.
O a far parte di un gruppo, perché si è superato il test d’ingresso: questo vale per le confraternite universitarie, per il Rotary, per la Yakuza, per il MENSA, e per ogni altro circolo chiuso, che selezioni i suoi membri in base a qualche caratteristica che li renda “speciali”e quindi degni di farne parte.
Che caratteristica sia, ancora, questo sì che varia.
Nell’epoca antica, il mondo degli dei e degli eroi, erano il coraggio e la forza fisica ad avere valore.
Oggi come oggi, che un AK47 uccide uguale, anche nelle mani innocentemente incoscienti di un bambino di sei anni, ovviamente le regole di ingaggio sono cambiate. Ma la sostanza, quella no: tutti credono di essere unici, di avere qualcosa che li renda migliori di altri. I circoli non sono che espressione di questo. Quelli magici, in particolare.
È quantomeno consolatorio cercare rifugio nell’immateriale, per riscattarsi da una vita concretamente grigia (che ci sia qualcuno che ci specula, è un discorso a parte), e in fondo non è cosa diversa che trasformarsi in avatar su second life: in un caso e nell’altro, si esce da questa dimensione. Che sia l’unica che io credo esista, questo è un problema mio.
Ma arrivare a vedere simboli esoterici in tutto o quasi quello che è stato scritto o disegnato finora, è davvero come il mio cercare il numero 23 negli scontrini degli autogrill: è voler scovare, a tutti i costi, quello che cerchiamo.
Sicuramente esistono autori che hanno usato simbologie esoteriche, ma perché appartenevano al loro background, alla loro epoca e al loro modo immaginifico di raccontare. Ciascuno di noi scrive per i libri che ha letto e i film che ha visto, ha un suo Pantheon, e lo tiene per la mano.
Pentacoli, rosacroce, …tutto può starci, ma addirittura vedere nei guantoni del primo Mickey Mouse un riferimento subliminale alla massoneria vi prego no, e giù le mani dai Puffi, che siano metafora del mondo ok, ma il Grande Puffo –Gran Maestro per via del cappello rosso è davvero come il 23 nascosto nel mio codice fiscale.
Preferisco continuare a pensare che questi gnometti blu, un po’ folletti, un po’ condominio di ringhiera siano solo quello che sembrano, un fumetto/cartone animato per bambini, con il solito schema dei buoni che vincono e del cattivo che resta beffato, il pasticcione Gargamella che più che un alchimista è un maghetto da strapazzo, perfino simpatico per tutte le bastonate che sistematicamente prende: se proprio vogliamo trovarci un substrato ideologico, il villaggio dei Puffi è un’edulcorata Utòpia, il comunismo della città del sole in salsa mcdonald, le punte smussate per non ferire nessuno.
Ma basta così, niente cosmologia agnostica né altre tortuose interpretazioni che assomigliano a sciarade per iniziati, e intendo l’ultimo termine nel senso di gente abituata a riconoscerle, magari perché compra ogni mercoledì la settimana enigmistica.
Il senso del Codice Da Vinci è l’amore feroce di un figlio per il padre che si è scelto, ed è lo stesso del Frankestein della Shelley, che piange sulla zattera per quel padre che non gli ha mai dato un nome.
Il resto, il criptex, il collage di cadaveri, Maddalena e Gesù e la chiave di volta, la vita dopo la morte, sono contorno, attirano i curiosi e fanno vendere, va bene, ma non è quello il vero mistero.
L’unica simbologia, per quanto faccia male, resta la disperazione del rifiuto, del diverso troppo bianco o troppo pieno di cicatrici, del suo cuore che grida l’urgenza di un abbraccio che nessuno ha il coraggio di dargli, del suo pianto che nessuno ha voglia né tempo di ascoltare.
Bisogna essere iniziati davvero (alla tragedia della specie umana) per sentirlo, attraverso il rumore dei simboli del niente, della fuga, dei giochi di lettere e numeri e carte.
Ma una volta che ci si riesce, è fatta.
Perché si resta capaci di sentirlo. E si smette di avere paura.

(IL SENTIERO DEL BOSCO INCANTATO – APPUNTI SULL’ESOTERICO NELLA LETTERATURA. LUIGI PRUNETI, LA GAIA SCIENZA EDITRICE, 2009, BARI) - LA LEZIONE 23

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