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lunedì 17 gennaio 2011

I fuoriusciti di Michele Lupo (Stilo Editrice)












Un pittore che incarna quotidianamente il suo fallimento su più livelli ontologici alle prese con un amore delirante e un infante da accudire (Il babysitter); un uomo di chiesa colmo delle ombre di tante anime, si apre attraverso una missiva oltre il delirio al suo “confessore”, uno psicanalista (Ego te absolvo); il senso di un sud del sud del mondo in una “promenade sulla circonferenza” che ri/traccia una destinalità smarrita di un uomo del meridione (Gatti del Sud); e ancora un maldestro libraio, che una serie di circostanze trasformano in un omicida “vendicatore” (Cimento); e poi l’automutilazione dei sogni e delle speranze di una poetessa in “Congedo”. Solo pochi e sommari ritratti di storie ai confini della marginalità e della deriva, che trasformano questo lavoro in un libro non solo godibilissimo, ma assolutamente da consigliare. Questo racconta Michele Lupo nello splendido lavoro edito da Stilo editrice dal titolo “I fuoriusciti” che narra di come sovente l’inconsistenza del vivere sociale e l’assurdità di certe convenzioni acuiscono interiori fragilità ed equilibri di persone che alla fine non riescono ad orientarsi su ciò che è reale e ciò che non lo è, su ciò che si può fare e ciò che non è consentito. Questi sono i fuoriusciti, mosaico di voci surreali, distonici, distopici dove al peggio quasi – ci sembra voler dire tra le righe l’autore – non c’è mai fine!
Michele Lupo è nato a Buenos Aires e vive a Tivoli, dove insegna nella scuola pubblica. Il suo primo viaggio lo fa in nave, a nove mesi: dura ventinove giorni, dal Sud più remoto del mondo al piccolo Sud d’Italia. Neppure maggiorenne, lavora prima in un ristorante a Berlino e poi in una fabbrica dell’hinterland romano. Prima di laurearsi in Lettere all’Università ‘La Sapienza’ di Roma, compie studi musicali presso il Conservatorio de L’Aquila. Avendo vissuto in Campania, Lazio e Lombardia, ha constatato, in quello che la tradizione letteraria italiana ha vanamente sognato come il ‘Bel Paese’, la persistenza di molti Sud. Ha pubblicato numerosi racconti su riviste letterarie, il saggio Elementi carnevaleschi nel Decameron (Loffredo Editore, 1992), il romanzo L’onda sulla pellicola (Besa Editrice, 2004). L’ennesimo Sud lo ha raccontato in un reportage sulla Cambogia apparso su «L’Unità» nel 2009 e prossimamente sul numero 13 della rivista «Crocevia» (Besa Editrice). Nel 2011 è prevista anche l’uscita del suo secondo romanzo. Collabora con «Il paradiso degli orchi» (www.paradisodegliorchi.com) e «La poesia e lo spirito» (lapoesiaelospirito.wordpress.com) : vi scrive, con marcata vis polemica, di libri altrui, scuola e disastri italiani diffusi. Il suo blog è michelelupo.blogspot.com. L’indirizzo e-mail: michele.lupo@tin.it

venerdì 22 maggio 2009

PERCHE' AGLI STRANIERI SI DA' SEMPRE DEL TU? di Maria Zimotti

Io me lo ricordo ancora. Se ne stava inginocchiato sul ciglio della strada. "Ti prego, io andare subito via... fratello". Proprio nel classico modo oleografico in cui si rappresenta lo straniero, anzi no l'extracomunitario, un pò bingo bongo. Stava inginocchiato di fronte alla panza prominente di uno nato al confine tra la Calabria e la Campania, in qualche modo una terra di frontiera. Sempre per luoghi comuni ragionando il proprietario della panza racchiudeva in sè la furbizia campana e la capa tosta calabrese il tutto inguainato in una divisa da agente di polizia locale. Il potere di sopruso dato dalla divisa. Il tenente Garcia di Zorro più cattivello, più mefistofelico. Una divisa addosso a una persona del genere e la provincialità del male diventa grottesca macchietta. Se una persona si fosse inginocchiata davanti a me in quel modo io gli avrei detto "Si alzi per favore...". Già, "Si alzi per favore" perchè mi viene naturale dare sempre del lei. Noi non siamo inglesi, ci teniamo molto al lei. Proprio come regola fissa a una persona che non si conosce si da del lei. Invece agli stranieri si dà sempre del tu come a dire che nei nostri rapporti con loro le regole non valgono, con loro ci possiamo permettere certe confidenze.
Come se loro non contassero.
Senti,la voce del tozzo rappresentante dell'ordine era come un serpente strisciante, come uno di chiesa che sta guardando un film porno di nascosto, "queste cose non si fanno... guarda che io ti porto dentro". Un piccolo uomo che ha avuto il suo momento di potere, il potere di uno cui piace vincere facile. Che succede ad un uomo, qual'è il piacere che prova a vedere un uomo inginocchiato?
Perchè è un piacere, lo sentivo da quella voce strisciante.
E' un'ebrezza che non concepisco, l'ebrezza del potere.
So solo che assomigliò poi alla benevolenza che hanno certi cardinali il suo sospiro quando disse: "Va beh, adesso va e non farti più vedere...".
Che mai aveva fatto questo sventurato degno di tanta grazia?
Non aveva pagato il biglietto dell'autobus e il controllore leghista aveva chiamato i rinforzi. Lui era scappato per le campagne e il mio collega era corso a riacciuffare il pericoloso delinquente. "Gira al largo..." vaga per le acque extraterritoriali delle campagne.
Fratello, gli stranieri dicono sempre fratello.
Lo dicono anche quelli dei gloriosi "respingimenti".
Un altro uomo in divisa diceva in un'intervista in questi giorni che non riusciva a guardare suo figlio la notte dopo aver dovuto respingere le mine umane vaganti dei migranti. Fratello, gli diceva implorante e lui doveva obbedire ad un ordine.
Gli dava del tu, senza i fronzoli della nostra civiltà, arrivando alla sostanza delle cose, cioè ho solo bisogno di vivere, ho vagato sospeso nell'acqua, in una barca fragile come un catino, come ha detto Erri de Luca in "Solo andata".
Voglio solo toccare terra e magari anche inginocchiarmi.
L'acqua come spazio di transizione tra le terre lasciate e le terre promesse.
Ne sa qualcosa, nel suo piccolo, anche l'ottusa Lombardia. Lucia Mondella che saluta i monti con il sentimento incerto del futuro ancora, nonostante tutto, commuove.