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mercoledì 22 giugno 2011

Ziska. La strega delle piramidi di Marie Corelli (Castelvecchi)












Armand Gervase è uno che il successo lo ha avuto sempre a portata di mano: fama, successo, donne, denaro. Ma non solo. Egli è un artista di fama internazionale, che espone i suoi lavori nelle più prestigiose “case d’arte” del mondo. L’opera più conosciuta è un suo ritratto di donna dell’Antico Egitto, con tanto di particolari talmente aderenti alla realtà di quell’epoca, che lo zampino del “supernatural” è palese. Come ha potuto dunque dipingere un simile ritratto? Stati alterati di coscienza dovuti alla sua vita depravata e decadente, o comunicazione con altri mondi e dimensioni? Armand Gervase poi al Cairo, sarà sedotto da Ziska, donna di incredibile fascino in grado di ammaliare chi l’ascolta con vicende – come quella, triste, degli amanti Araxes e Charmazel – provenienti dal millenario regno dei faraoni. Piccolo particolare … Ziska è identica alla donna del suo celeberrimo quadro. Bellissimo romanzo a metà strada tra horror e gothic novel, rivela un mondo tutto da scopire, grazie alla splendida penna di Marie Corelli.
“La Grande Piramide si ergeva buia contro il cielo, e sulla sua punta era sospesa la luna. Come un relitto scagliato a riva da una tempesta titanica, la Sfinge, a riposo tra le onde sinuose della sabbia grigiastra che la circondava, per una volta sembrava in uno stato di dormiveglia. Il volto solenne che impassibile aveva visto gli anni andare e venire, gli imperi sorgere e tramontare e generazioni di uomini vivere e morire, parve abbandonare per un istante la sua tipica espressione di saggezza speculativa e di sdegno profondo, lo sguardo gelido sembrò abbassarsi, la bocca austera accennare un sorriso. L’aria era ferma e soffocante, e nessuna presenza umana disturbava il silenzio. Eppure, verso mezzanotte, si alzò all’improvviso una voce come di vento nel deserto che, gridando forte Arasse! Arasse! e poi gemendo, sembrò sprofondare con un’eco lancinante negli intimi recessi dell’immenso sepolcro egiziano. L’orario e il chiaro di luna tramavano il loro mistero: il mistero di un’ombra e di una forma che sfiatò come un sottile vapore dai portali dell’antico tempio della morte e, trascinandosi di poco in avanti, si definì nella bellezza visionaria di un profilo di donna – una donna i cui capelli scuri ricadevano pesanti come gli scampoli neri delle bende di un cadavere sepolto ormai da tempo; una donna i cui occhi brillarono d’un fuoco sacrilego quando alzò il viso alla luna bianca e segnò l’aria con le sue braccia spettrali. La voce dirompente sussultò nella quiete ancora una volta. «Arasse... Arasse! Sei qui e non mi sfuggi! Nella vita, fino alla morte; e dalla morte di nuovo alla vita! Ti trovo e ti seguo! Ti seguo! Arasse...». L’orario e il chiaro di luna tramavano un mistero; ma prima che la sbiadita aurora opalina animasse il cielo di sfumature rosee e ambrate, l’ombra era svanita. La voce non si sentì più. Lentamente il sole issò il bordo del suo stemma dorato sull’orizzonte e la grande Sfinge, destandosi dal suo breve e apparente torpore, posò il suo eloquente sguardo d’eterno disprezzo fra le distese di sabbia e i ciuffi di palme verso la scintillante cupola di El- Azhar, luogo di intensa devozione e insegnamento, dove ancora gli uomini s’inginocchiavano a pregare supplicando l’Ignoto di salvarli dall’Occulto. A tratti si sarebbe creduto che il mostro scolpito con l’enigmatico volto di donna e il corpo di leone rimuginasse qualcosa in quell’enorme testa di granito. Quando la gloria del mezzogiorno esplose sul deserto e illuminò le ampie fattezze della Sfinge col suo splendore rovente color zafferano, quelle labbra crudeli sorridevano ancora come se avessero smania di parlare e di formulare l’enigma tremendo del lontano passato: il mistero che uccise!”.