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giovedì 19 gennaio 2012

La seconda crocifissione di Cristo, di Nikos Kazantzakis, traduzione di Mario Vitti (Castelvecchi). Intervento di Nunzio Festa

Il capolavoro di Nikos Kazantzakis, tramutatosi anch'esso come "Zorba il greco" in pellicola cinematografia, si chiama "La seconda crocifissione di Cristo"; e la sua lettura in italiano è oggi possibile grazie alla traduzione, curata da Mario Vitti, della sempre giovane e 'propositiva' Calstelvecchi. Tradizionalmente, ogni sette anni, a Likovrissi, piccolo borgo greco dove un Agà musulmano spadroneggia sul benessere comunque garantito e proliferante dei cristiani, quando arriva la Pasqua si deve mettere in rappresentazione viva e vegeta la Passione del Gesù Cristo. Eppure non sempre accade tutto come a teatro o in chiesa. Perché questa volta gli attori selezionati, a partire da colui che dovrà essere il cristo della scena riproposta, si calan troppo nella parte. Per usare un banale ma esaustivo eufemismo. Manoliò, in sostanza, s'incarna mentalmente e poi fisicamente in Cristo. Quando, appunto, sa d'esser scelto per interpretare il Gesù della narrazione teatrale. La via Crucis di Likovrissi, prima d'esser organizzata, diviene via Crucis reale per la cittadina. Con l'Agà turco ha esser in buona compagnia nelle vesti dell'elemento di disturbo, a un certo punto. Se si legge, insomma, dall'ingresso nella cittadina benestante e acqua cheta per un prete opportunista del gruppo di greci guidati da padre Fozio che scappano dal vandalismo d'aggressori         - che han devastato e ucciso e stuprato nella loro comunità. Ché gli esuli arrivano dalla stessa cristianità e avendo vissuto lo stesso cristianesimo degli abitanti di Lilovrissi proprio a chiedere solidarietà. Gesti di solidarietà e accoglienza che in verità davvero in pochi renderanno a questi fratelli in fuga. A far tristezza e desolazione in Fozio e ancor più panciuto, invece, il collega d'abito talare Grigori. Solo inizialmente, sono pochi gli uomini di Likovrissi che fanno calore al perseguitato dal turco giunto a depredare. Perché lo spirito dal vangelo poi trasforma molti. Ma com'è naturale che sia il personaggio più affascinante del poderoso romanzo, scritto con una lingua pulita ed efficace, è il Manoliò impazzito: che s'atteggia a nuovo Gesù. Non manca, di certo, la figura della Maddalena, la buona Katarina prima disponibile per tutti e poi innamorata fino all'estremo per Manoliò. La trama del capolavoro di Kazantzakis è ossessionante. In quanto non lascia momenti di trequa in chi legge. Però quel che ha fatto scandalo, è ovviamente ancora produce fastidi, al pari della migliore letteratura di tutti i tempi, è la lucidità e naturalezza con la quale lo scrittore riesce a levare ogni ipocrisia dalla faccia e dai corpi dei mondi descritti. Scavando nel bene e nel male, perfino. Senza condere spazi e tempi morti alla banalità. Qui non si legge la morte. Comunque. In La seconda crocifissione di Cristo, interamente, è riprodotta la vita. Nell'opera, non a caso, sono semplicemente analizzati tutti i dubbi del vivere che l'umanità appunto può porsi.

mercoledì 22 giugno 2011

Ziska. La strega delle piramidi di Marie Corelli (Castelvecchi)












Armand Gervase è uno che il successo lo ha avuto sempre a portata di mano: fama, successo, donne, denaro. Ma non solo. Egli è un artista di fama internazionale, che espone i suoi lavori nelle più prestigiose “case d’arte” del mondo. L’opera più conosciuta è un suo ritratto di donna dell’Antico Egitto, con tanto di particolari talmente aderenti alla realtà di quell’epoca, che lo zampino del “supernatural” è palese. Come ha potuto dunque dipingere un simile ritratto? Stati alterati di coscienza dovuti alla sua vita depravata e decadente, o comunicazione con altri mondi e dimensioni? Armand Gervase poi al Cairo, sarà sedotto da Ziska, donna di incredibile fascino in grado di ammaliare chi l’ascolta con vicende – come quella, triste, degli amanti Araxes e Charmazel – provenienti dal millenario regno dei faraoni. Piccolo particolare … Ziska è identica alla donna del suo celeberrimo quadro. Bellissimo romanzo a metà strada tra horror e gothic novel, rivela un mondo tutto da scopire, grazie alla splendida penna di Marie Corelli.
“La Grande Piramide si ergeva buia contro il cielo, e sulla sua punta era sospesa la luna. Come un relitto scagliato a riva da una tempesta titanica, la Sfinge, a riposo tra le onde sinuose della sabbia grigiastra che la circondava, per una volta sembrava in uno stato di dormiveglia. Il volto solenne che impassibile aveva visto gli anni andare e venire, gli imperi sorgere e tramontare e generazioni di uomini vivere e morire, parve abbandonare per un istante la sua tipica espressione di saggezza speculativa e di sdegno profondo, lo sguardo gelido sembrò abbassarsi, la bocca austera accennare un sorriso. L’aria era ferma e soffocante, e nessuna presenza umana disturbava il silenzio. Eppure, verso mezzanotte, si alzò all’improvviso una voce come di vento nel deserto che, gridando forte Arasse! Arasse! e poi gemendo, sembrò sprofondare con un’eco lancinante negli intimi recessi dell’immenso sepolcro egiziano. L’orario e il chiaro di luna tramavano il loro mistero: il mistero di un’ombra e di una forma che sfiatò come un sottile vapore dai portali dell’antico tempio della morte e, trascinandosi di poco in avanti, si definì nella bellezza visionaria di un profilo di donna – una donna i cui capelli scuri ricadevano pesanti come gli scampoli neri delle bende di un cadavere sepolto ormai da tempo; una donna i cui occhi brillarono d’un fuoco sacrilego quando alzò il viso alla luna bianca e segnò l’aria con le sue braccia spettrali. La voce dirompente sussultò nella quiete ancora una volta. «Arasse... Arasse! Sei qui e non mi sfuggi! Nella vita, fino alla morte; e dalla morte di nuovo alla vita! Ti trovo e ti seguo! Ti seguo! Arasse...». L’orario e il chiaro di luna tramavano un mistero; ma prima che la sbiadita aurora opalina animasse il cielo di sfumature rosee e ambrate, l’ombra era svanita. La voce non si sentì più. Lentamente il sole issò il bordo del suo stemma dorato sull’orizzonte e la grande Sfinge, destandosi dal suo breve e apparente torpore, posò il suo eloquente sguardo d’eterno disprezzo fra le distese di sabbia e i ciuffi di palme verso la scintillante cupola di El- Azhar, luogo di intensa devozione e insegnamento, dove ancora gli uomini s’inginocchiavano a pregare supplicando l’Ignoto di salvarli dall’Occulto. A tratti si sarebbe creduto che il mostro scolpito con l’enigmatico volto di donna e il corpo di leone rimuginasse qualcosa in quell’enorme testa di granito. Quando la gloria del mezzogiorno esplose sul deserto e illuminò le ampie fattezze della Sfinge col suo splendore rovente color zafferano, quelle labbra crudeli sorridevano ancora come se avessero smania di parlare e di formulare l’enigma tremendo del lontano passato: il mistero che uccise!”.