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giovedì 3 marzo 2011

"La vita accanto" di Mariapia Veladiano (Einaudi). Intervento di Elisabetta Liguori













Se essere una donna brutta, di questi tempi, equivale ad una condanna, essere donne e basta rappresenta comunque una responsabilità. Mariapia Veladiano, insegnante di lettere vicentina, laurea in filosofia e teologia, esordiente a 50 anni suonati, questa responsabilità la sente tutta. Lo si intuisce dai temi che tratta. Da vincitrice di una delle poche kermesse letterarie ancora autentiche (Premio Calvino), la Veladiano ci consegna una storia di formazione positivamente arcaica. Quella di una donna brutta, appunto.
Non è facile scrivere di bruttezza del 2011. La bruttezza non esiste più. Non è più visibile, non è riconoscibile. Non interessa nessuno. Alla bruttezza non sono offerti angoli di osservazione o studio, così come per chi è brutto non è a disposizione alcun punto di vista per narrarsi al mondo. Rebecca, infatti, la protagonista di “ La vita accanto” è una bambina talmente brutta da essere indescrivibile. Un punto di solitudine indistinto che attraverso lo svelamento graduale della propria esistenza e dei misteri che l’avvolgono, diventa un’identità forte.
In realtà la bruttezza di Rebecca è solo uno dei temi del romanzo. Questo orrore estetico è sia causa che conseguenza; è il pretesto per raccontare crudelissimi silenzi, nefasti equivoci, tare famigliari, pettegolezzi malevoli, piccole perversioni alle quali l’asfissia provinciale riesce ad attribuire un’eco cosmica. Il vero tema del romanzo è il Male, più in generale. Da dove viene, come cresce, dove conduce. La bellissima madre di Rebecca alla nascita della figlia entra in uno stato di luttuosa depressione. Si abbandona ad un’attonita ripugnanza che ha origini segrete quanto antiche, scegliendo di non tenere più alcun rapporto con la figlia, né con il bellissimo marito, né con il mondo esterno. La causa del grido muto di questa donna sola è il nodo che il lettore dovrà sciogliere.
Dalla parte di Rebecca, a raccontarle quali desideri le sono concessi e quali no, quale angolo del mondo le è riservato, restano solo pochi, riuscitissimi personaggi minori. La cameriera, l’amica grassa, l’insegnate di pianoforte. Ovunque: fantasmi e profumi.
Profumi, sì, perché ciò che non può essere visto, può essere annusato. Anche l’amore. Anche il futuro. Questa è la ragione per cui personaggio non secondario di questo esordio narrativo è il fiume. Il suo odore, quello delle sue alghe, il contesto nel quale sono collocate le sue rive, la gente che abita aldilà e aldiquà delle sponde, e che il fiume stesso distingue in diverse categorie umane, in diverse forme di pensiero. Quel fiume racconta, con uno stile curatissimo e visionario, la provincia, i suoi mali, la sua bellezza opaca. Il fiume toglie e restituisce e, come ogni abile narratore, riesce ad essere custode e complice, viaggiatore sedentario. Un romanzo con i profumi e le atmosfere dei primi del novecento, questo della Veladiano dunque, che si spinge fin dentro il nocciolo della modernità con grande dignità, pudore e atmosfere velatamente noir. Un’opera prima che, come la vita vera, più della vita vera, non s’abbandona al lusso di un lieto fine rassicurante, ma celebra un’epica romantica, forse minore, ma pur sempre vera.



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