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domenica 15 aprile 2012

IO SONO DI LEGNO, ma le stelle quante sono? Di GIULIA CARCASI (Feltrinelli). Intervento di Mariangela Notaro


Una madre e una figlia. La figlia scrive un diario e la madre fortuitamente lo legge, forse fortuitamente. Due generazioni, due vite a confronto, quindi, nella speranza di dar vita ad un dialogo liberatorio per la madre e salvifico per la figlia. Attraverso l’artificio letterario del diario, l’autrice fa in modo che madre e figlia si annusino da lontano, come paralizzate dalle loro autocoscienze. Ma quelle stesse autocoscienze le inducono a riflettere poi, che diventa necessario tornare indietro. E Giulia, la figlia lo fa. Torna a riflettere sulla giovinezza contaminata dall’arroganza di una sorella falsamente perbenista, dall’amore malato per le esteriorità della madre e tanto ancora. Tanto più la storia di Giulia ammanta le tenebre del passato, più emergono i segreti che chiedono di essere scomposti. E in questo cammino a ritroso il legno gradualmente si ammorbidisce. Per madre e figlia la riconciliazione avviene, però, a costo di pagare il prezzo di una verità faticosa, fuori da tutte le ipocrisie perpetrate sino all’istante prima. Il dialogo indiretto tra madre e figlia, a tratti quasi abbozzato per timore di voler infrangere ancora di più equilibri precari, è in realtà molto toccante perché inizialmente camuffato da nemico con l’intento subdolo di allontanarle, rivela, poi, di racchiudere un grande, reciproco, taciuto amore. Madre e figlia si conoscono infatti soltanto nelle parole non dette, ma solo accennate o semplicemente scritte e lasciate lì in balìa del caso. “Scrivere è qualcosa di intimo, è spogliarsi di fronte a qualcuno, lasciarsi guardare così, nudi….Nella storia di ogni persona c’è una diga. Oltre lo sbarramento, la terraferma. Tu di me sai la terraferma. E allora ti racconto l’acqua che non hai visto. Le persone dovrebbero parlare come frecce: andare dirette al bersaglio…”. E’ da queste frasi secche, frammentarie, nude appunto perché richiamanti la corporeità dei sentimenti che l’autrice intende liberare, che traspare una sorprendente capacità introspettiva per una scrittrice così giovane. L’autrice è infatti nata nel 1984, ed è una studentessa di medicina. E questa giovinezza, forse, si lascia trasparire nello stile che spunta spesso poco discorsivo, asciutto, spiccio, sebbene carico di impeto. Anche l’idea narrativa non suona tanto originale, il libro, infatti, sembra perdersi dietro la ricerca del  dramma a tutti i costi tipico dei romanzi d’amore più navigati: matrimoni senza amore, famiglie disgregate, sorelle maligne, ragazze che confondono il sesso con l’amore, personaggi intrappolati in un male di vivere in fondo spoglio di vero fondamento e poi alla fine la conclusione del vissero felici e contenti. Conclusione assicurata da questo “legno” che in fondo si erge a unico, vero protagonista della storia. Proprio come il legno che nella sua apparente impermeabilità, scopre le sue naturali fragilità e assorbe ogni cosa senza nulla però lasciare trasparire, le due protagoniste riescono a convergere una nella vita dell’altra quasi in punta di piedi ritrovando quel legame primigenio e impareggiabile che esiste tra madre e figlia. Il valore del libro siede proprio su questo messaggio di pacificazione al di là delle divisioni, sul trionfo dei buoni sentimenti a dispetto di tutto.

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