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domenica 22 novembre 2009

L’nfanzia delle cose di Alessio Arena (Manni Editore). Di Dario Goffredo

Forse le affinità tra il rione Sanità di Napoli e il quartiere Lavapiés di Madrid, il quartiere dei gitani, non sono poche. E non sto parlando di quei semplici e banali luoghi comuni ch potrebbero venire in mente a chiunque associando due popolazioni così diverse eppure forse così vicine, almeno nell’immaginario comune, per colori, suoni, riti. Ne L’infanzia delle cose di Alessio Arena, uscito per Manni nella bella collana Punto G, di luoghi comuni non ce n’è nemmeno uno. Ci sono grandi invenzioni piuttosto. Linguistiche, in un coloratissimo e dolcissimo pastiche tra lingua dolescenziale napoletana, spagnolo e gitano. Di personaggi, uno più incredibile dell’altro eppure tutti realistici. Di situazioni, che si muovono in equilibrio perfetto tra comicità, tragedia, umorismo e commozione sincera. Il tutto legato da una magia che protegge e spaventa, che incuriosice e ammalia. La storia è quella di Antonio, che racconta in prima persona le sue avventure, quindicenne napoletano che dopo la morte per overdose del padre, cantante neomelodico in odor di camorra, si trasferisce con la madre e la sorella a Madrid, nel quertiere di Lavapiés, appunto, in una strada dove tutti i negozi sono stati rilevati dai gitani, che “sono i padroni del mercato. I gitani sono i padroni di tutti i negozi di Lavapiés. I gitani sono i padroni di Lavapiès”. La vicenda si sviluppa scoppiettante in un crescendo, orchestrato perfettamente da Alesio Arena, di situazioni e colpi di scena, dove si inseguono e rincorrono violini e cani, incendi e scarafaggi, cadaveri e monnezza.

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