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mercoledì 14 agosto 2013
martedì 13 agosto 2013
lunedì 12 agosto 2013
Mino De Santis domani a Platea d’Estate a Tuglie presentato da Tommaso Ricci del Tg2
Nell'ambito delle manifestazioni
"Platea d'Estate" del comune di TUGLIE con il patrocinio del Comune
di Tuglie e dell’Assessorato al Turismo del Comune di Tuglie, il 13 agosto 2013
alle ore 21,00 in
Piazza Garibaldi a Tuglie (Lecce) ci sarà il concerto di MINO DE SANTIS che
presenterà il suo nuovo lavoro Muddhriche (Ululati, Lupo editore). Introdurrà la serata un ospite d’eccezione
il giornalista Tommaso Ricci (responsabile della redazione cultura e spettacoli
del Tg2 - Rai).
Ogni qual volta si ascolta Mino
De Santis, si hanno ben chiare le sue radici, la sua storia, le origini
musicali e i suoi ascolti al juke box. La voce e l'ironia amara di De Andrè, ma
anche l'impegno di Stefano Rosso o la compostezza di Paolo Conte. Ma per non
abbandonarsi a facili semplificazioni, bisogna fermarsi un attimo e rimettere
play.
Mino De Santis è a tutti gli
effetti un fuoriclasse, unico nel suo genere perché ama ancora raccontare e lo
fa come potrebbe fare un fotografo con le sue istantanee, un pittore
impressionista nel fermare tutto su una tela o il saggio del paese nel riferire
vizi e virtù della sua gente. Con dovizia e ironia.
Anche in questo terzo album
"Muddhriche" prodotto dall'etichetta Ululati (Lupo Editore) si
raccolgono piccoli momenti di vita quotidiana, come fossero proprio molliche
minute ed essenziali, messe insieme per farne pane e nutrimento. Ci sono le
"macchiette", i personaggi del paese: "Lu prete" scaltro e
smaliziato o la "La bizoca e la svergognata", apparentemente diverse
ma "le stesse e l'hanno sempre saputo". C'è la bellezza e la
malinconia degli "Anni" passati tra casa, chiesa e sogni di libertà
ma anche il sud amaro dei "Pezzenti"(feat. Nando Popu / Sud Sound
System), quegli immigrati trattati come animali tra "patruni e capurali",
senza diritti o assistenza, pagati venti euro alla giornata me definiti lo
stesso invasori.
E tra mandolino e fisarmonica, si continua a raccontare di
quei "Radical chic", quelli bravi a dare definizioni, che hanno così
poco da dire ma tanto da parlare.
A poco a poco le "Muddhriche"
compongono il quadro di un uomo che, come ben rappresentato dalla copertina del
disco, dall'alto, osserva, riconosce, cerca di individuare quelle briciole, le
piccole cose che continuano a dargli godimento. È un carnevale di personaggi e
situazioni, dove si respira a pieni polmoni l'aria scanzonata di un bonaccio
che ama quello che compone perché è il suo modo di continuare a credere al
sogno di anarchia.
Mino De Santis - "Il Salento trova nuove parole, quelle
puntute, del graffio autoriale. Anarchiche quanto basta per tener desto l'animo
e l'occhio allo sguardo: quello dritto, che mai s'inchina e fa riverenza. Mino
De Santis è così, ama il ridere, il soffio e lo spiffero. (Mauro Marino)
Mino De Santis è un ascolto che
il tempo e la pratica portano a metabolizzare. Non è la risata di turno ciò che
arriva e resta. Ma un ondulato senso di profondità che scolpisce immagini nella
memoria e libera l'ascolto dalla superficialità attorno (Erika Sorrenti e
Francesco Aprile)
Mino ha scritto una pagina di canzone
popolare vera, del popolo del Salento che si libera dalla pur splendida
prigionia del tamburello, dell'organetto e del violino e approda ad un
linguaggio nuovo, fatto di dialetto e di italiano colto al volo, masticato,
rimasticato e sputato fuori in una nuova forma di colostro, vero alimento con
il quale crescere i piccoli. Musica accattivante, di uno che sa suonare la
chitarra, la lascia nei suoi accordi semplici, quasi ondeggianti come un
materassino gonfiabile sulla bonaccia (Pino De Luca)
Autoironico e impietoso … lo
definirei un "verista" per come descrive la realtà sociale e
soprattutto quella di tanta umanità. Ha il suo modo singolare di vedere la
realtà e di declinarla in versi. E' un sognatore ingenuo e intellettualmente
onesto. Insofferente a qualsiasi regola, non scenderebbe mai a compromessi, ha
l'anima libera e resta anarchico anche quando non sarebbe il caso. Ha una
singolare genialità, un'autentica vena artistica che differisce da qualsiasi
accomodante musicalità "popolare" oggi cosi volgarmente e
insopportabilmente stereotipata (Giuseppe De Santis)
Tommaso Ricci, nato a Colleferro (Roma) nel 1957, si è laureato in
Filosofia con Augusto Del Noce. È stato redattore del mensile Trenta Giorni ed
attualmente è il responsabile della redazione cultura e spettacoli del tg2. È
anche curatore di Mizar, rubrica settimanale di approfondimento culturale del
tg2.
Info
Ufficio Stampa OverecoAgenzia
domenica 11 agosto 2013
sabato 10 agosto 2013
Christallin - La Magia della Guarigione - Libro di Roy Martina, Joy Martina (My Life Edizioni)
La grande armata dei dispersi e visionari. Vita dello scrittore Stefano Terra, di Massimo Novelli, prefazione di Diego Zandel (Ediesse). Intervento di Nunzio Festa
Al secolo Giulio Tavernari, Stefano Terra, pseudonimo preso in parte dall'elemento assoluto, ovvero “terrestre” - della 'terra' in quanto tale -, trotzkista quando i trotzkisti erano largamente perseguitati persino a sinistra e anti-titino quando il 'titismo' era una bandiera perfino della sinistra che purgava i non dogmatici ai propri culti, è stato uno scrittore e, innanzitutto, un reporter irregolare; ché tra l’alcol e le sigarette ha posizionato la visione (sua) del mondo: trovando in ogni angolo di mondo, sia detto, luoghi, sempre naturali, umani o non umani quindi, con la propria infedeltà alla certezze purificanti di dogmi e principi idealistici. Dunque il suo nome andrebbe riconsiderato. Se oggi ci fosse onestà, nel mercato editoriale. Ma il business non accetta compromessi con la verità. Allora diciamo che quel Terra blandamente accostato all’indomabile altro avventuriero, seppur di tempra, per scelte, molto diversa, Alberto Ongaro, fu una delle interpreti letterari che seppe decodificare, in maniera perfettamente controcorrente, i tempi che viveva. Facendo della sua biografia appendice e tema vitale dei suoi romanzi. A buon conto, allora, il meritevole Massimo Novelli, figlio del Novelli giornalista di quella Stampa che fu pure di Terra, annovera Tavernari nella “grande armata dei dispersi e visionari”. Ma realizzando un lavoro impeccabile. In quanto frutto d’una dedizione assoluta e, a tratti, estrema, alla causa. Quella di riconoscere, ché il tempo non è utile non è mai finito, tutti i meriti di Giulio Tavernari. Quel Terra che davvero poco riuscì a resistere nella redazione del Politecnico d’Elio Vittorini, ma che di contro lungamente fece resistenza pura sostenendo l’antifascismo militante, con la pratica, e quello colto con giornali e pubblicazioni tenuti in considerazione in Giustizia e Libertà, che fu pure “editore” ecc., oltre chiaramente. A moltissimo altro ancora. Vastamente apprezzato dalla critica (Bo, Pampaloni, Falqui per fare solamente qualche nome) Terra in Italia pubblicò presso Mondadori, Einaudi, Bompiani e Rizzoli. Uomo del Levante, ma non alla stregua del pacifista Terzani in quanto più battagliero sul campo, nel senso proprio di combattente, già prima con le vesti imposte di tenente italiano ovviamente poi Disertore, innamoratissimo della Grecia, tanto che le sue spoglie là giù rivivono, la biografia di Terra per prima cosa racconta appunto l’avversione, seppur diciamo da sinistra, al regime di Tito come, chiaramente, l’opposizione dura pura e frontale alla “dittatura dei colonnelli” delle sponde del Peloponneso. Il poeta Stefano Terra menziona in forma lirica, si da il caso, incontri e amicizie, certezze d’opposizione e regola di vita intransigente e finemente battagliera. E Novelli sceglie di scovare, per riportare in vita Terra, persone e luoghi. Quel passato che mai dovrebbe passare. Usando dialoghi con chi ha conosciuto meglio lo scrittore, in primis la sua ultima moglie, e, naturalmente, le righe di narrativa e poesia dello scrittore. Ci sarebbe davvero troppo da dire. Epperò non è concepibile che romanzi dal titolo, per dire, “Albergo Minerva” e “Alessandria” e “Le porte di ferro”, risultino oggi introvabili. Il cancro uccise Giulio Tavernari. L’irriconoscenza della spietata e perduta Italia ha ammazzato lo scrittore Stefano Terra.
venerdì 9 agosto 2013
Guida Pratica alla Permacultura - Libro di Sepp Holzer (Il Filo Verde di Arianna)
Ninco Nanco deve morire. Viaggio nella storia e nella musica del Sud, di Eugenio Bennato, prefazione di Pino Aprile (Rubbettino). Intervento di Nunzio Festa
L’ospitata del maestro Eugenio
Bennato all’ultima edizione della Festa dell’Arpa di Viggiano, visto che il
maestro durante la sua esibizione ha parlato al pubblico similmente a come fa
nel suo recentemente pubblicato libro “Ninco Nanco deve morire”, insieme
all’ascolto d’alcuni brani di voci e interpreti della musica popolare omaggiata
nelle pagine del maestro e portate nel mercato per esempio grazie a piccoli
produttori che si chiamano di volta in volta Kurumuny e Lupo, il ricordo di
qualche concerto dell’’altro’ maestro, il tricaricese Antonio Infantino, da
Bennato citato tra l’altro solamente di sfuggita nel suo libro, e il sorriso di
Carmine Donnola, autore di versi incontrati dal maestro e innanzitutto nostra
conoscenza da anni, ci permette d’entrare nella pubblicazione con una certa,
diciamo senza falsa modestia, dose di “competenza” - in più d’altre volte.
Nella prima parte della memoria, che non è una biografia vera e propria ma il
resoconto del percorso artistico compiuto fino a questo momento, leggiamo del
Bennato che vuole fare chiarezza essenzialmente sulla nascita della canzone, famosissima
oramai, “Brigante se more”, cantata e ricantata tanto in momenti di tempo
libero tanto in azioni di protesta e simili; perché la “canzone del brigante” è
inizialmente una risposta a una domanda di lavoro: Eugenio Bennato aveva il
compito di scrivere per uno sceneggiato della Rai (tratto da un’opera dello
scrittore Carlo Alianello – altro uomo contro -) una colonna sonora adeguata a
descrivere musicalmente ambientazioni che sapevano appunto di brigantaggio e di
riscatto sociale. Quindi Eugenio Bennato, prima praticamente d’inventare la
Nuova Compagnia di Canto Popolare e poi, ancora col sodale Carlo D’Angiò,
Musicanova, scrive di getto Brigante se more; tralasciando il successivo
“giallo” legato all’opera, la canzone è importante perché, se pur non tutti
possono arrivare a questa conclusione, è il brano che maggiormente spiega tutta
l’arte di Bennato. La passione per il Sud e la voglia di contribuire al
riscatto sociale del Meridione, l’amore per la musica, quella popolare prima di
tutto e per la Storia dei vinti, l’estro di un compositore e interprete da
sempre controcorrente. Poi le pagine, prima di fare il documentario scritto
della musica popolare del Mezzogiorno attraverso volti e storie dei suoi
amanti, da Alfio Antico a Matteo Salvatore, indugia sull’evoluzione che la
diffusione di questo nostro genere ha ottenuto nel tempo. Facendo solo un
esempio, E. Bennato ricorda che fino agli anni Settanta almeno, nel Salento i
cantori, alla stregua di quel che è successo nel Gargano della Carpino degli altri
anziani cantori, erano dimenticati dal presente. Fino a quanto nelle strade non
hanno cominciato a ballare di nuovo le tammorre. Che per certi versi sono
infine scese nel culto consumistico dell’adulazione vippettara. I brani
dedicati da Bennato a Michelina De Cesare e Ninco Nanco, invece, non sono che
la prova provata che il maestro partenopeo sceglie sempre di togliere dal
cantone della dimenticanza imposta dal potere dominante, vicende di ribellione
che dovrebbero entrare nei libri scolastici. Ché sappiam benissimo come
funziona. In pratica a 150 e passa dell’Unificazione ancora cercano di
convincerci che sotto Napoli regnavano solamente povertà assoluta e ignoranza
estrema. Mentre al Settentrione si faceva la bella vita e i salotti
intellettuali. Solo che prima dal Nord, dicono le carte, sono cominciate le
migrazioni di massa. Ed è dopo l’Unità d’Italia che anche noi abbiamo preso in
forze la valigia. Questo “Viaggio nella storia e nella musica del Sud” è un
altro importante atto politico, oltre che “culturale”, da mettere accanto alle
forme di testimonianza attiva destinate a ridarci coraggio.
giovedì 8 agosto 2013
Le Leggi Occulte dell'Energia Sottile e i 7 Raggi - Libro di Roberto Zamperini (Macro Edizioni)
Felice per quello che sei. Confessioni di una buddista emotiva, di Rossana Campo (Perrone). Intervento n.2 di Nunzio Festa
Con un libro fast per uno slow
food per anime in delirio, Rossana Campo prova in 107 pagine a mettere insieme
esperienze, insegnamenti e consigli per l'uso corretto del proprio stare al
mondo. Attraverso la semplicità arriva all'anima dei lettori più inesperti e
impreparati disegnando la fede buddista con tutti i colori del cosmo inteso
come flusso di energia vita-morte-vita.
Il titolo del libro è fondamentalmente il primo degli insegnamenti
buddisti che Rossana Campo vorrebbe offrire come tesoro alle sue lettrici e ai
suoi lettori poichè è solo partendo dall'accettazione di se stessi che si può
accettare il circostante, aprire l'anima a esso. Il buddismo, al contrario
d'altre religioni, non scinde l'anima dal corpo, né punisce o separa il bene
dal male. Il buddismo è la pratica dell'armonia. Armonia è tutto quel che
respira con lo stesso fiato: il creato tutto quindi. Tornando indietro di
secoli, la Campo percorre sentieri già stati d'altri orientali per sconfiggere
l'oscurità dell'infelicità della vita fatti di studi, interpretazioni e
contaminazioni. L'esperienza della perdita, della morte, della malattia intese
come motivi d'infelicità, può essere superata soltanto con la meditazione; la
quale, grazie all'insegnamento di Budda, può aprire il varco della felicità
spogliandosi delle croste d'ipocrisia e vigliaccheria, delle maschere sociali
che ci s'impone di indossare, delle colpe d'infelicità che si attribuiscono a
cause esterne. Il cammino verso l'illuminazione è fatto di empatia con
l'universo inteso come flusso costante in continuo mutamento dentro al quale
c'è ognuno di noi. Il sentirsi parte di un insieme così immenso e complesso può
verificarsi solo a un patto: accettare se stessi e con amore trasformare
l'ignoranza e l'infelicità in compassione per tutti gli esseri. Tale filosofia ai tempi d'oggi in un
occidente frenetico e fatto di tradizioni cattoliche assunte per dna e malattie
psicosomatiche, sembra quasi una cura, uno spiraglio di luce. La possibilità di
cambiare il Karma è uno degli insegnamenti fondamentali per la filosofia
orientale insieme alla simultaneità di causa-effetto a noi occidentali
sconosciuta. Una carrellata di personaggi tra i quali draghi, samurai e
bimbe-animale vecchi secoli e sempre presenti nel flusso dell'universo accanto
a donne disperate, giovani drogati, scrittrici in panico contemporanei a
racchiudere il segreto meravigliosamente accessibile del sutra della
meravigliosa legge del loto. Un libro per tutte le anime. Perché ognuna di esse
ha il diritto di diventare migliore.
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