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sabato 25 giugno 2011

Real Life di Christopher Brookmyre (Meridiano Zero)












Lo Spirito Nero è un mercenario omicida, l’incarnazione del terrorismo allo stato puro: nessun progetto di conquista o rivendicazione politica, semplicemente l’autore degli attentati più agghiaccianti degli ultimi anni. E ora ha in mente un obiettivo in terra britannica che farà dimenticare l’11 settembre. Il bersaglio è ancora sconosciuto, ma i servizi segreti inglesi hanno saputo con certezza che si trova in Scozia. Fra i componenti della squadra speciale che viene approntata d’urgenza c’è Angelique De Xavia, tormentata e bellissima, letale nelle arti marziali, unica donna in una task force solo maschile. Sarà grazie alle sue intuizioni e a una colorata banda di personaggi – un genio fallito dei videogame, una coppia di ragazzini terribili scappati da scuola e la vedova di un marito mai morto – che Angelique riuscirà a ricostruire l’identità dello Spirito Nero e a mettersi sulle sue tracce. Con un intreccio magistrale e sanguinoso, spruzzato d’umorismo dark e sarcasmo, l’autore scozzese compone un plot ipercinetico che infila spettacolari sequenze d’azione e colpi di scena, false piste e vicoli ciechi, in un romanzo adrenalinico che cresce in modo esponenziale fino al pirotecnico finale a sorpresa.
“TSS. La morte era ancora poco per loro. Davvero. Quegli stronzi si meritavano di vivere in eterno. Una massa di schiavi sonnambuli di periferia nelle loro colonie penali finto stile Tudor. Una galera dove non c’era nemmeno bisogno di muri perché ai detenuti avevano fatto un tale lavaggio del cervello da convincerli che lì ci volevano stare. Incarcerati per le loro ambizioni, nel frattempo si propagavano e autoreplicavano stupidamente, trasmettendo il loro DNA di supina sottomissione alla prossima generazione di prigionieri dallo sguardo vitreo. E ogni giorno si svegliavano e pregavano che il giorno della loro emancipazione non giungesse mai: “Signore Iddio, proteggici dall’unicità. L’eterno conformismo dona a noi, e liberaci dalla distinzione. Amen”. Ne aveva uno in culo proprio in quel momento, che gli lampeggiava con gli abbaglianti della sua MX3, gli occhi e le narici che si dilatavano a tempo con le luci ammonitrici. Un assoluto coglione. Rischiare la vita nel tentativo di completare il sorpasso prima che finisse la seconda corsia, in modo da essere avanti di una macchina, una macchina, alla coda per il semaforo. Cosa si doveva pensare del valore della vita che stava rischiando? Appunto. Tristi Stronzi Suburbani. Quella era la ragione vera per cui la gente si accoltellava per un sorpasso. La furia dell’automobilista frustrato non era un prodotto del traffico in aumento (anche se il fattore un-passeggero-per-macchina era comune a entrambi), ma rappresentava il massimo avvicinamento a un qualche senso di sfida, l’ultimo residuo spettrale della volontà di autoaffermazione. Era l’unica occasione che avevano di esprimere un qualche senso di identità: dietro il volante, da soli, a combattere per la precedenza con il resto dei senza volto. Se riesci a sorpassare il tizio che ha una macchina 9 più grande, più nuova, più lucida della tua, ti puoi dimenticare di tutti gli altri modi molto più autentici in cui quello ti sta lasciando indietro a mangiare la polvere. Qualcuno ti taglia la strada, ti impedisce di avanzare, e trasferisci su di lui tutte le tue frustrazioni perché ti ricorda quanti ostacoli si frappongono tra dove ti trovi nella vita e dove vorresti veramente essere. La macchina davanti a te è la tua mancanza di fiducia in te stesso, eredità della tua madre iperprotettiva. La macchina davanti a te è la tua paura del confronto, dono del tuo tremebondo, sconfitto padre. La macchina davanti a te è la scuola dove non sei potuto andare, il golf club di cui non sei diventato membro, la loggia massonica a cui non appartieni. La macchina davanti a te è tua moglie e i tuoi figli e i rischi che non puoi correre perché hai delle responsabilità. Ma la cosa veramente tragica è che della macchina davanti hai bisogno, hai bisogno di quell’ostacolo, perché ti permette di non affrontare il fatto che non lo sai dove vorresti essere. Se ti avventurassi oltre la colonia penale saresti perso. È un mondo pauroso là fuori. Non ti ci troveresti. Per questo vengono spesi miliardi ogni anno per pubblicizzare come totem di gusto personale e discernimento macchine praticamente identiche l’una all’altra. Toyota, Nissan, Honda, Ford, Vauxhall, Rover, tutti con la loro monovolume, la loro coupé, la loro familiare, ogni modello difficilmente distinguibile da quelli della concorrenza se non per il marchio. E negli spot vedi uomini dalla mascella quadrata che salvano bambini, combattono con gli squali, scopano come eroi omerici, qualunque cosa per distrarre l’attenzione dalla macchina in sé. “La nuova Vauxhall. I fanali sono leggermente diversi da quelli della Nissan. Perché tu sei leggermente diverso.” E forse no, eh? Ed è qui che entrano in scena i gipponi e le quattro ruote motrici. Tizi che usano un fuoristrada per andare da casa al videonoleggio; l’unico momento in cui la macchina esce effettivamente dalla pubblica strada è quando viene parcheggiata sul vialetto davanti alla loro ‘casetta da sogno’ di cartongesso e compensato, o quando viene portata in officina dopo una curva a più di sessanta chilometri all’ora che ti ricorda che l’aerodinamica vale più della massa bruta. A volte c’è una monovolume per la moglie, oppure una familiare, a seconda del salario. E così risparmi e ti ammazzi di lavoro e baci culi per pagarti quella MRII o CRX o GTI, per tenerti stretto a una qualche patetica illusione di perdurante virilità. Sì, magari hai moglie, bimbi, mutuo e i suoceri a cena ogni domenica, ma una parte di te non sarà mai domata. Chi vuole un’altra fetta di Viennetta Algida?”

martedì 30 giugno 2009

Stefania Ricchiuto a colloquio con Marco Vicentini di Meridiano Zero

E’ l’etichetta del noir per eccellenza, da quando, nel 1998, Marco Vicentini concretizzò l’idea di dedicare una realtà di produzione ad uno stile fino ad allora recluso in una nicchia, e considerato addirittura uno strato minore del più popolare genere giallo. Più di 150 titoli in dieci anni di attività significano un’energia incessante, una vitalità inesauribile, ma soprattutto una convinzione ostinata nell’opportunità di esplorare in modo aguzzino le mille e più declinazioni del romanzo nero. Con il risultato notevole di offrire al lettore, intenditore come novello, un terreno di pregio a cui rivolgere uno sguardo attento e bisognoso di narrativa “critica”. Abbiamo posto qualche domanda all’editore, per conoscere meglio questa realtà di culto.

Partiamo dal presente. L’ultima uscita in libreria è Ti vivrò accanto di Massimo Del Papa, un groviglio folle composto ad arte, interamente dedicato alla figura di Renato Zero. Qual è il filo logico che lega la storia di un artista “fluttuante” come Zero alle vostre raffinatezze narrative?

Il filo logico e’ proprio quello della presenza di una nuova collana che getta uno sguardo sul mondo musicale. Uno sguardo – noi speriamo – che offra gli stessi spunti di interesse e ricercatezza che i lettori ci creditano nella narrativa.

Il libro, peraltro, è parte della collana Mappe musicali, in cui avete già pubblicato Il cavaliere elettrico di Matteo Strukul, un viaggio in forma di intervista sul percorso artistico e personale del cantautore Massimo Bubola. Perché questa necessità di raccogliere delle biografie a carattere musicale? E soprattutto, in che cosa si differenziano, le vostre, da quelle “classiche”?

In realtà la linea della collana non è quella delle biografie. Noi cerchiamo di offrire sguardi differenti e di esplorare diverse maniere di raccontare la musica o i suoi personaggi. Alla scoperta di Bubola tramite le sue parole -Strukul fa parlare l’artista- si unisce un libro di critica musicale -Del Papa analizza tutte le canzoni di Renato Zero- e a tutto questo seguirà un affascinante dizionario sul blues a cura di Fabrizio Poggi, dove ogni voce è narrata quasi come un racconto. Come vedete, già i primi tre libri si differenziano alquanto…

Il nome di punta del vostro catalogo è senza dubbio quello di Derek Raymond, autore di ben otto titoli da voi tradotti e proposti, e scrittore strenuamente contrario a qualunque senso borghese della vita. La sua esistenza vorticosa e la sua penna eversiva esprimono appieno la vostra linea editoriale…

Raymond è solo una delle tante facce della nostra linea editoriale. Lo sguardo disincantato e satirico di Christopher Brookmyre sulla vita e convenzioni moderne, il fatalismo pessimista velato di un romanticismo d’antan di Hugues Pagan, lo spirito dissacrante verso le convenzioni del noir di Victor Gischler ad esempio, sono alcune delle altre facce.

La fedeltà a questa linea, al sentimento che la sussume, si scontra mai con l’attuale momento storico-sociale-culturale che l’Italia sta attraversando? E se si, qual è la risorsa principale per resistere?

La fedeltà a questa linea si scontra non tanto con il momento storico-sociale-culturale, quanto con il momento economico che l’Italia sta attraversando: è diminuita la disponibilità finanziaria dell’italiano medio, per cui le scelte culturali che cerchino di non dare la priorità alle istanze commerciali sono messe a dura prova. Quanto alle risorse per resistere, stiamo vivendo qualcosa che nasce dalle scelte di una democrazia che abbiamo lottato per instaurare e che dovremmo lottare per difendere. Qualunque brandello di informazione che propaghiamo o discussione che intavoliamo ci rende parte del processo di modificazione del momento storico che stiamo vivendo.

A proposito della scena italiana, il vostro impegno volge da tempo in direzione di narratori nostrani come Salvio Formisano, Angelo Petrella e Luigi Carrino, che nelle loro opere prime – rispettivamente L’accordatore di destini, Cane rabbioso e Acqua Storta – hanno scelto Napoli come sfondo casuale e hanno narrato, in maniera differente, la grettezza del male che anima le nostre città. Può il noir offrire chiavi di lettura per le corruzioni contemporanee, tanto per quelle private quanto per quelle più collettive?

Il noir da sempre -Chandler insegna- è un modo per raccontare la società contemporanea e affrontarne i problemi. E’ forse per questo che una città piena di problemi e pulsioni sociali come Napoli è così ricca di suggestioni noir. E quello che mi dispiace è che altre regioni sembrino più sonnacchiose e non abbiano ancora trovato la voce adatta che le racconti con il noir.

Per curare, invece, le traiettorie più internazionali, avete pensato e realizzato una collana per nulla standardizzata e piuttosto eccentrica come Primo parallelo, che sposta l’attenzione dal romanzo prettamente nero a quello sociale. Ci raccontate il senso di questa proposta?

Il senso è lo stesso della collana Meridiano nero, cioè quello di presentare romanzi che raccontino l’oggi tramite storie avvincenti, raccontate in maniera intelligente. Una cosa che prescinde dalla scelta di romanzi noir. E infatti le mie scelte avvengono sui libri, indifferentemente dalla collana. Talvolta, dopo aver scelto un libro, mi trovo a pormi il problema di quale sia la collana più adatta. Ma la collana Primo parallelo mi consente anche di affrontare scommesse culturali come pubblicare L’acrostico più lungo del mondo di Mazzitelli, una vera e propria sfida al lettore, o la divertentissima satira dell’Italia di questi anni, Actarus di Claudio Morici.

Terminiamo con uno sguardo a quel che sarà. I progetti di Meridiano Zero per i mesi imminenti…

Il progetto principale è “lanciare” un nuovo grande autore italiano, e ottenere per lui quella visibilità nazionale che solitamente è prerogativa delle grosse case editrici. L’autore su cui vogliamo puntare e’ Luigi Romolo Carrino. Ha esordito con Acqua Storta l’anno scorso, e abbiamo venduto 15000 copie con 8 ristampe. Abbiamo pubblicato l’edizione speciale di Acqua Storta con il CD del recital La versione dell’acqua e a settembre uscirà il fumetto. Infine a fine anno uscirà l’atteso nuovo volume di Carrino Amore di donna. Su di lui sono disposto a giocarmi la credibilità di dodici anni di vita della Meridiano zero e dire a ogni lettore: “Leggilo. Ti garantisco che non resterai deluso.”

giovedì 16 ottobre 2008

La città perfetta, di Angelo Petrella, Garzanti (Milano, 2008) di Nunzio Festa

La Napoli di Petrella va oltre Rea e La Capria. Con questo romanzo, oggi chiaramente, possiamo decisamente dire – e con tutto il rispetto che arriva da modestie antiche e giovani – che Angelo Petrella è uno degli scrittori al momento più importanti da leggere e ricordare; che Petrella – oggigiorno è salito più in alto di un Ermanno Rea della Dismissione come di tanti La Capria ugualmente significativi. E questo giusto per pensare a due compaesani, diciamo. Ma questo solamente per esempio (appunto…). I centri operativi mobili e immobili del narratore napoletano, quelli che sanno di divise a dir poco sporchissime e allo stesso tempo di anni stati di Pantera e occupazioni, sono bagnati nella Napoli che è mondo intero, immenso, per certi versi spropositato. Nella lettura più attenta, occorre ammettere subito, ci aiuterà un bravo Fattori e il super attento F. Forlani. Dal Napoli, ancora, allo stadio alla lotta armata. I protagonisti del romanzo sono creati per testimoniare con dettagli speciali una storia presente nutrita di qualche anno fa e della possibilità che molte cose descritte possano ripetersi o farsi. Sanguetta è un adolescente dei Quartieri Spagnoli e ha in carcere la grande scelta di diventare informatore dei servizi segreti. Chimicone è uno studente di liceo che farà la Barricata Silenziosa per azionare la lotta armata dopo la fine delle occupazioni studentesche ed è follemente innamorato di Betta. L’Americano è un cocainomane digossino in cerca d’una vendetta. Intanto la bella Napoli è di proprietà del camorrista Sarracino. Siamo, occorre preannunciare, in un periodo che inizia dal 1988 e termina nel 2003. L’autore è nato nel ’78 e con cura vuole occuparsi di un paio di decenni più avanti, di anni che saranno pure quasi completamente suoi. Con la Città perfetta Petrella, dopo i bellissimi noir creati con Meridiano zero, mette insieme un mare di documentazione e una fiction che ricorda il cinema, ma specialmente è capace di mescolare un linguaggio corposo e tagliente quanto denso di tante particolarità altre e uniche al magma che sono i cuori umani. Si corre il rischio, è anche vero, di farsi corteggiare da soldi e sangue, da vicende malavitose e scelte politiche le più varie. Dalle grandi svolte, come un pizzico di PCI e alcuni grammi di calcio maradonesco, alle certezze più crude. Una su tutte la fluida gestione delle questioni che alla medesima maniera Stato e camorra tante volte somministrano alle persone ignare. Con questo superbo libro molto si riesce a vivere. Le dinamiche che vengono fuori con suono delle bombe e gli altri colpi sparati sono le relazioni e le macchinazioni celebrali che stanno intorno e dentro a tanti corpi disegnati e persino facilmente da parallelo con la realtà. Però non basta. Infatti il libro ha la lingua scelta perché addirittura a pezzi inventata e il linguaggio originale di Angelo Petrella messa insieme ai ritmi voluti e assegnati dallo scrittore. La critica e il pubblico dovrebbero applaudire all’eccellente penna.

Chi ti ama così di Edith Bruck (Feltrinelli)

    «Quando ero nei campi di concentramento e nessuno veniva a liberarmi, mi chiedevo: come può il mondo essersi dimenticato di noi?». Appe...