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lunedì 28 febbraio 2011

Voci dalla luna di Andre Dubus (Mattioli 1885). Esce il 15 aprile 2011












“Non sapeva come fosse iniziata. Da qualche parte nella sua mente e nell’anima era come se, in quelle che lui ora – e anche allora qualche volta, anche allora – chiamava le notti faustiane del loro matrimonio, dondolasse in uno stato di ebbrezza fino ad una melodia che aveva sognato. Si alzava dal divano, inscenando la pantomima del marito stanco e ubriaco, salutava, sospirava un buonanotte a Brenda e all’uomo che avevano portato a casa con loro dopo aver fatto il giro dei bar delle città vicine. In quei locali c’era musica, di solito un uomo o una donna con una chitarra, e gli sgabelli vicino al bancone avevano braccioli ed erano imbottiti di pelle. Anche il bancone aveva un rivestimento di pelle davanti, e un lungo specchio dietro, e uomini e donne soli andavano lì a bere e sperare. Ma pochi di loro speravano e credevano di ottenere ciò che lui e Brenda li convincevano a fare. Ah, lavoro di squadra! Lui, Brenda e Mefistofele. Si cominciava parlando a un uomo che era lì da solo. Brenda si sedeva fra lui e Larry. L’uomo all’inizio era cordiale, guardingo ma amichevole e attirato da lei (Larry se ne accorgeva gettando uno sguardo allo specchio, da sopra il bordo del bicchiere). Ma dopo il primo o il secondo bicchiere, gli occhi dell’uomo facevano ancora su e giù lungo lo specchio e verso la porta, perché era venerdì sera e il tempo stava passando e lui era lì, a sprecarlo con una coppia sposata. Oh lentamente, lentamente, correte cavalli della notte. Era il Faust di Marlowe che parlava con il tempo mentre Mefistofele si stava avvicinando. Sì. E il verso era tratto dagli Amores di Ovidio. Sì.
La strada ora saliva alla sua destra, e curvava alla sua sinistra, e lui stava salendo e girando intorno troppo veloce. Smise di respirare, mentre scalava le marce lungo la curva in discesa e si dirigeva a nord. Poi riprese a respirare e rallentò, all’uscita per le spiagge del New Hampshire. Era abbastanza facile, quelle sere. Brenda era bella quanto bastava, così al bancone le era sufficiente dire e promettere davvero poco. Erano gli occhi a parlare all’uomo di turno, e ogni volta che Larry si allontanava per andare al bagno degli uomini – il che avveniva molto spesso – lei toccava la mano dell’uomo, gli mormorava qualcosa e sempre, in seguito, raccontava a Larry quello che lei gli aveva detto, e non si trattava di niente, davvero, quasi mai niente: qualche frase gentile, qualche ammiccamento, le solite cose che ogni donna potrebbe dire a un uomo. Perché Larry lo sapeva: lei non sarebbe stata in grado di dire a qualcuno vieni a casa e scopami più di quanto non fosse capace di cantare un’aria. Poteva danzarla, tuttavia. E Larry sapeva anche, e lei lo ammetteva, che Brenda aveva paura che l’uomo in questione, spaventato, intonasse un niente da fare, signora. E sapeva che, allo stesso modo, o forse ancor di più per questo motivo, Brenda era divertita da tutto quel mistero, di cui lei stessa era la fonte. E dunque gli uomini la seguivano a casa loro, per un ultimo bicchiere.”
[tratto da Voci dalla luna, capitolo quarto]