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martedì 7 febbraio 2012

Nuovo volto per LietoColle. Venticinque anni di poesia e oltre


LietoColle, specializzata in poesia, nata nel 1985 per volontà dell'editore Michelangelo Camelliti, rinnova il proprio sito internet www.lietocolle.com per potenziare dialogo e interazione nello spazio virtuale, favorendo l'incontro con i lettori, appassionati di poesia e i giovani aspiranti autori. In quest'ottica, promuove Lezioni di poesia, con la collaborazione di Mario Santagostini - poeta, curatore dell'antologia I Poeti di vent'anni e saggista - rubrica rivolta a chi vuole sottoporre all'attenzione i propri testi per ottenerne una utile valutazione. In linea con la tradizione della casa editrice, sempre attenta ai giovani talenti, continua ad avere una centralità particolare tiLeggiamo che offre la possibilità agli esordienti di inviare le proprie raccolte e avviare, nel caso di esito positivo, un progetto editoriale. Importante spazio viene riservato, inoltre, alle firme autorevoli del panorama culturale, poetico italiano e straniero con la nascita della rubrica Contributi, con riflessioni e approfondimenti di intellettuali, filosofi, saggisti, poeti. “Ho ritenuto necessario apportare piccole novità in armonia con la linea editoriale di LietoColle - afferma l'editore Michelangelo Camelliti - per rendere centrale la poesia, i suoi autori, le riflessioni e i validi contenuti, oltre che per favorire un modo di interagire agile e dinamico, al passo con i tempi.”
Il catalogo LietoColle, che ospita i nomi di rilievo della poesia contemporanea, da Alda Merini a Dario Bellezza, da Guido Oldani a Maurizio Cucchi, da Antonella Anedda a Ko Un, per citarne alcuni, è riorganizzato secondo una efficace ripartizione in collane: oro, blu, verde, rossa, SoloDieci, Kopi Luwak, Il Segreto delle fragole. In primo piano, infine, sono contenute le informazioni riguardanti le novità editoriali in arrivo, gli eventi di poesia, gli incontri promossi dagli autori, ma anche i bandi di concorso gratuiti a cui partecipare. Come Il segreto delle fragole - Poetico diario 2013 che in questa sua edizione propone un tema fortemente attuale: il vuoto nutrimento nell'era bulimica - La poesia in tempo di crisi. Oppure il singolare bando Letè ed Eunoè sul tema della migrazione, rivolto a tutti quegli autori di origine straniera, ma inseriti nel contesto culturale italiano, che vogliano proporre i propri versi. Non da ultimo, il sito continua a ospitare L'Ulisse, rivista di poesia, arti e scritture diretta da Alessandro Broggi, Stefano Salvi e Italo Testa, scaricabile gratuitamente, che offre preziosi contributi e approfondimenti, dibattiti, analisi e letture.
Nella nuova veste, puoi seguirci anche su Twitter e Facebook e ricevere così su smartphone e tablet tutte le informazioni sulle ultime novità editoriali, gli articoli pubblicati, i bandi e i concorsi, gli interventi dei grandi pensatori, insomma su tutta l'attualità unita all'approfondimento, per essere ancora insieme e diffondere poesia.


domenica 6 settembre 2009

AUGURIO AL SECOLO STATO di Nunzio Festa












io invece ho dato
un pizzicotto
all'ultimo quinto di novecento


a fine scolatura
in pieno post mietitura
della più forte azione generale
generazione alluvionale
sleale

(dal midollo dei paesi)
loro che quasi tutti presidente


donne e uomini d'un tentativo: rotto


Nunzio Festa è nato nel 1981 a Matera, dove attualmente lavora. Risiede a Pomarico (MT) con la sua compagna. Poeta, narratore, critico; lavora nel campo dell'editoria ed è collaboratore giornalistico. Collabora, inoltre, con siti internet, riviste e quotidiani. Suoi articoli, poesie e racconti sono stati pubblicati su riviste e in varie antologie.Nel 2004 ha pubblicato la sua prima silloge poetica E una e una, mentre nel 2005 la sua prima raccolta di racconti Sempre dipingo e mi dipingo. Diversi i riconoscimenti ricevuti. Nel 2006, il racconto breve "Da dentro la materia" è entrato a fare parte dell'antologia Storie d'acqua dolce (Eumeswil Edizioni). Nel 2007, la silloge poetica "Deboli bellezze" è entrata a far parte della collana curata da Silvia Denti, I quaderni Divini. Nel 2008 ha pubblicato racconti e poesie per diverse case editrici, fra le quali Giulio Perrone editore, LietoColle.

lunedì 3 agosto 2009

Il libro del giorno: Arbeleche Jorge, "40 POESIE" (LietoColle). Traduzione e cura di Alessio Brandolini e Martha Canfield

... con umiltà, abbiamo provato a dar voce, con la nostra scelta dei testi e la nostra traduzione, alla voce stessa del poeta, ovvero a imprimere a questo 40 poesie di Jorge Arbeleche la mas­sima compattezza e intensità possibili, riverberando in esso la poetica del maestro, il gusto, il largo respiro, quella scelta d'un linguaggio colloquiale che si contrappone e/o si affianca a un lin­guaggio più alto, che sa inventare calzanti neologismi o costruzio­ni sintattiche nuove ("Come se il vento soffiasse controfreccia") e immagini che volutamente, talvolta, spezzano o rallentano il canto, come un nodo a una corda perfettamente tesa.

Alessio Brandolini

Pájaro apretado

Un pájaro.
Dos piedras.
Un pájaro
apretado
entre dos piedras
aplastado
bajo el aire todo
apretado por los ruidos todos
los ojos
las calles
las bocas como un filo.
Un pájaro apretado.
Un pájaro
y dos piedras.

Uccello prigioniero

Un uccello.
Due pietre.
Un uccello
prigioniero
tra due pietre
schiacciato
sotto l'aria tutto
chiuso dai rumori tutti
gli occhi
le strade
le bocche come lame.
Un uccello prigioniero.
Un uccello
e due pietre.

casa editrice LietoColle: http://www.lietocolle.info/it/

giovedì 23 luglio 2009

Appocundria! Intervento di Vito Antonio Conte su Del pesce e dell'Acquario di Ilaria Seclì (Lietocolle)

“L'appocundria me scoppia ogni minutu a 'mpietto...”, cantava Pino Daniele degli esordi, 1980 all'incirca, “Nero a Metà” si chiama l'album in cui è contenuto questo pezzo (che amo ancora), se mal non ricordo. Testo scarno e essenziale, come di anima che si palesa. Melodia di chitarra che compie il miracolo di unire fado flamenco e blues. Era il mio primo anno all'Università: questo lo ricordo bene. Quasi trent'anni addietro: cazzo, mi verrebbe da dire! E sia. L'appocundria, nella sua accezione dialettale (nella lingua napoletana, siccome in quella salentina), significa qualcosa di più del corrispondente (ipocondrìa) italiano... Non è afferente, all'evidenza, al significato psicologico di nevrosi o patofobia... né coincide appieno con quegli stati più strettamente evocati e cioè con la depressione, la malinconia, lo scoramento, lo sconforto, l'abbattimento, pur contenendoli (in qualche misura). È qualcosa di più. E di diverso. È quella sorta di apatia che ha il sapore dell'indolenza e dell'impotenza (equamente divise). Molto vicino alla refrattarietà. Io, per certe cose, sto così da un po': faccio quel che devo: quel che dovere impone, appunto. Senza passione. Senza entusiasmo. È necessario. E lo faccio. Nel modo migliore, s'intende! Ma farei volentieri altro, se non avessi bisogno di quel che il lavoro dà. Mezzi di sussistenza, li chiamano. Lasciamo stare. Non m'impelagherò in parole sociologicamente rilevanti, né ho voglia di bestemmiare, oggi. Ché dire male del mio lavoro, in periodi di precarietà e di crisi -come quello presente-, significa bestemmiare. E anche la bestemmia ha un suo valore. Riservo di essere blasfemo per altre -più meritorie- occasioni. Coltivo altre passioni. Che ci sono. Per fortuna. Scrivo sempre. Appunto l'ordinario. Segno incipit per lo straordinario (almeno credo). Annoto, per non perderla, la meraviglia (ritengo). Lascio tracce dell'incanto (ne sono certo). Ci sono cose nuove che mi frullano nel grigio incipiente de... i miei capelli. Mi limito a serbarne memoria con una parola. Aspetto altro tempo. Ché questo non basta per il resto. Per tutto quanto il resto. E per quel che resto non è. Non leggo più come fino a qualche settimana fa. Non ho voglia di reading e presentazioni (salvo rare eccezioni) e, in genere, di tutta quella cultura svenduta nelle serate che, pure, a lungo, ho assiduamente frequentato. Refrattarietà! Non riesco a respirare certe atmosfere d'aria falsa. Meglio la campagna. E la fatica. Col sudore. E il silenzio. Non fraintendete: è uno stato mio. Sicuramente aiutato dal clamore e dalla frenesia inutili d'intorno, ma mio. C'è che ho voglia d'altro. E quell'altro, grazie al cielo, c'è. Non esattamente siccome vorrei, ma c'è. E anche quando non ci sarà più, semmai non ci sarà, so che “è” per sempre. No, non gioco con le parole. Non faccio sofismi. Non pratico strambe filosofie. Oddio, mi perdo ancora nei versi, da ultimo in quelli di Ilaria Seclì: “Del Pesce E Dell'Acquario” si chiama la sua ultima raccolta, edita da Lietocolle (pagg. 72, tutto compreso, € 13,00). Ma è un perdersi lieve e doloroso insieme. Un andare verso mondi toccati senza conoscerli, ovvero verso mondi conosciuti senza averli mai toccati. Non spetta a me aggiungere altro sull'opera di Ilaria Seclì. Su di lei qualcosa potrei aggiungere. Di buono. Ma non lo faccio. Dico soltanto, e lo dico a lei personalmente, che -è vero- una vita sola spesso non basta: ce ne vorrebbero almeno due!?! Ma -io (oggi)- guardo la mia e penso: una vita è tutto... Poi, aggiungo e chiudo, è il coraggio che manca; è la responsabilità che inchioda; è capire questo che difetta; comprendere questo e lasciarsi andare lo stesso; e dire: Grazie, ancora... “io, sposa del dio estinto, del figlio perduto, se il cielo rovescia / ciò che la terra solleva tu tieni e sposti nella misericordia / della valle senza vento”, così scrive Ilaria ed è solo la fine del primo componimento della raccolta poetica citata. Non perdetevi questo libro! Perdetevi in questo libro. Perdetevi in “vite infette” (uno dei versi che amo di più). Poi, tornate alle vostre occupazioni. Se ci riuscite. Io torno alla mia refrattarietà. Non mi tangono le vostre corse ultronee. L'indifferenza verso quel che ho scritto su (e, di contro, la pienezza di quell'altro che ha il più alto nome divino e ch'è madre di tutti...), adesso mi fa stare qui, tra note sempre nuove (bellissime quelle di Mario Fasciano & C. in “Porta San Gennaro - Napoli”), davanti a quello ch'è aperto da oltre un mese, che non può essere definito libro, ma di carta è fatto. Carta di ottima fattura, con parole sussurrate, immàgini di una bellezza sconvolgente, tavole note che mi appaiono come mai viste, acquerelli che fotografano anime in viaggio nella più reale delle camminate, chine di un'essenza fatta di pochissimi tratti e che evocano soprattutto quel che segno non è né potrà mai diventarlo e intanto (così) lo vedi lo tocchi lo annusi lo accarezzi e ti accarezza, tecniche miste di indicibile forza: quella che cattura l'occhio e lo fa godere... Il “LIBRO”, di grande formato (29 x 27), è “Periplo Segreto” di Hugo Pratt (a cura di Patrizia Zanotti e Thierry Thomas), edito nella scorsa Primavera da Rizzoli-Lizard (su progetto editoriale della CONG SA, Losanna), e conta ben 415 pagine (€ 70,00), con traduzione in inglese e in francese, delle quali la gran parte illustrate con gli splendidi sogni fermati nella sospensione lirica del vivere l'onirico dell'insuperato Hugo. Quest'opera si apre con una splendida fotografia (del volto in primo piano) di Hugo Pratt; quindi troviamo la “Premessa” di Patrizia Zanotti e “Sotto il segno dell'ironia” di Thierry Thomas. Prosegue con i disegni di Pratt: “Tecniche miste: 1950/1995”; poi con una sezione dedicata a “Hugo Pratt. La vita e i viaggi”. Si chiude con una “Bibliografia essenziale”. Più volte ho scritto (anche su queste pagine) di lui e delle sue opere... Ma quella di cui dico adesso è la “summa” straordinaria delle singole prodigiose storie di Pratt, frutto della sua infinita fantasia artistica. Quella che gli permetteva di vivere quel che immaginava. Quella resa immortale nelle tavole disegnate attingendo alla sua stupefacente memoria. Ricordo vivido dei fatti della sua esistenza e di tutto quello che aveva conosciuto. Di tutto ciò Pratt sapeva evocare e rendere appieno ogni espressione con pochi tratti. “Quanta musica, movimento e allegria ci sono nella Josephine Baker appena tracciata con due gesti di carboncino? Una volta in una libreria di Parigi in occasione dell'uscita del suo libro "Lettere dall'Africa" di Rimbaud, un ragazzo, molto timido e emozionato di trovarsi di fronte a Pratt, gli chiese un ritratto di Rimbaud, ma Hugo capì "Rambo" e, anche se piuttosto sorpreso, gli tracciò un bel ritratto di Silvester Stallone. All'inizio di "Aspettando Corto" c'è un passaggio che evidenzia molto chiaramente l'entusiasmo, ma al tempo stesso lo stupore per le possibilità che gli si aprivano nella vita grazie alla sua capacità di disegnare, e naturalmente, grazie al fatto che qualcuno avesse riconosciuto queste capacità e potenzialità. "Immaginate di aver sognato l'America per cinque anni. Non un posto preciso dell'America, a nord a sud o al centro. No. Avete sognato l'America come un nome, una situazione, una droga, un rinvio, una dilatazione, un'evasione, un inizio, un Eldorado, un'avventura, una chiavata o una fuga (…) e un giorno vi trovate sulla nave con un biglietto e tutto (…) con l'orizzonte che precipita a poppa mentre la prua della nave, ondata dopo ondata, apre per voi le porte del mondo. E avete poco più di vent'anni (…) Ero in viaggio per l'Argentina (…) biglietto pagato e contratto di lavoro con l'Editorial Abril. Mi chiedevo: sei un disegnatore? Sono passati vent'anni da quella prima partenza per l'America e ancora non mi sono risposto.". La sua era la "generazione entusiasta", mi diceva alla fine dei vari racconti. Erano entusiasti di tutto, ma soprattutto di essere sopravvissuti alla Guerra. Una guerra che Pratt aveva conosciuto da vicino in Africa e disegnato negli "Scorpioni del deserto" conservando un'incredibile memoria dei dettagli: delle divise, delle mostrine, degli stemmi che evidentemente aveva memorizzato inconsapevolmente da bambino. Anche nel rigido mondo militare Pratt riusciva a far entrare l'ironia, attraverso personaggi che col loro linguaggio denunciavano l'assurdità delle guerre che lui raccontava.” (Dalla premessa di Patrrizia Zanotti). Quell'ironia che gli ha permesso di raccontare disegnando mille altre realtà stordendo i lettori col suo tratto poetico e facendoli risvegliare con una domanda in più. “Per nessun disegnatore realista (cioè autore di un fumetto di avventure e non di una serie che vuol essere comica) l'ironia ha avuto tanta importanza come per Hugo... i clichè delle sue storie hanno perso il loro carattere artificiale, e i suoi personaggi sono diventati veri, quando lui è stato in grado di iniettare nelle sue strisce quell'ironia che gli era connaturata. Quando ha saputo, semplicemente, disegnarla. Ma l'ironia, viene da dire, non si disegna! Invece sì: grazie alla semplicità, appunto, grazie alla rarefazione e alla rapidità. "Il mio modo di lavorare è cercare sempre di andare oltre..." dichiarava Hugo. Di fatto il suo stile si è rivoluzionato in modo decisivo quando ha iniziato a epurare il disegno. Da quel momento tutto è diventato più leggero, e più profondo.” (Thierry Thomas). Più leggero. E più profondo. Insieme. Gli opposti. Ciò che -apparentemente- sta agli antipodi. Che si toccano. Coincidendo. Forse. Mia vecchia fisima!?! Un po' come questo pezzo. In cui ho finito per dirvi che sono impenetrabile dal mondo parlandovi di tanti mondi... E ce ne sarebbe da dire, ancora, e ancora, sì ancora... ma c'è “Il Libro” che mi reclama, questo LIBRO. Che non è un libro. Ma è fatto di carta. Come certi sogni. Di fragile carta. Tanto fragile che devi trattarla con cura e attenzione. Così fragile che può vivere (e, spesso, vive) oltre una vita. Amatela.

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giovedì 16 luglio 2009

Amnesie amniotiche, di Pasquale Vitagliano, LietoColle (2009). Rec. di Nunzio Festa

I versi che Pasquale Vitagliano ha raccolto in “Amnesie amniotiche” sono un passo di testimonianza, vergate da un 'plurale collettivo' vissuto negli occhi e negli oggetti dell'io. La silloge è essa stessa testimonianza, non poesia civile ma comunque poesia che fa parte della più 'alta' civilta. Una scrittura, quella di Vitagliano, che riesce a sganciarsi, anzi essere sganciata e/o non allacciata invece alla bassa retorica (non di figure ma di parole e sensi e immagini e sviluppi) – certamente diventando cuore che fa anche originalità proprio grazie a questo. Il volume, diviso in otto sezioni e corredato da opere di Mark Rothko, è la prove poetica di un editor e giornalista, leccese di nascita ma che vive a lavora in provincia di Bari, già presente sul spazi telematici e in alcune antologie. Le liriche s'alternano per scelta stilistica, pure; in quanto, per esempio, l'autore predilige la versificazione breve e a tratti frammentata/spezzettata mentre in altre ricorre a un versificare più prosastico. Dove troppo cerca di rendere tangile il presente-futuro, però, la raccolta perde qualcosa. Per analizzare un momento più intimistico, si prenda “ansima”, dalla sezione “salmi”. “Sotto il silenzio / la mansuetudine, / come le vene increspate / sotto un cartiglio autistico, / come le gravine / sotto il viadotto. // È la faccia nuda / che cerca di nuovo / il vento salato / della veduta di Byron, / quando fece volare / al cielo il naso finto / di un'esanime maturità. // È questo pennacchio, / che ho cercato / di giocarmi sull'isola / dell'asino bianco, / con l'anima cieca / della baldoria, / che solo la morte / non si scorda. // Quando l'ho perso / c'era una donna: / era lo specchio muto / della mia obesità. / Di questa faccia / mi sarebbe bastato / conoscerne il nome / e invece... // Ho voluto pure / guardare”. La chiusa è bella soprattutto perché lascia aperto un pensiero. Vitagliano, dopo aver composto questa poesia, potrebbe quindi guardare maggiormente a questo tipo d'espressione, leggendo ancora di più e lasciando leggere ancora di più d'irrequietezza e, in qualche modo, di continue ricerche proprie del poeta. E attraverso il personale, sappiamo, che il collettivo si forma, o comunque tenendo sempre conto d'esso. Con la forza d'immagini superiori, per fare un esempio, appunto: quell'asino bianco.

Amnesie amniotiche, di Paquale Vitagliano, prefazione di Giovanni Nuscis, LietoColle (Como, 2009), pag. 92, euro 13.00.

domenica 21 giugno 2009

Otranto di Vanni Schiavoni con una nota di Federica Ciccariello
















Gli scogli più ad est
d'Italia, poggiati come
dodecasillabi bizantini,
qui dove da religiosi nacquero
versi nella lingua nazionale,
qui dove si è scritto in greco
la nascita dell'umanesimo delle lettere.
Questi scogli greci
nei riti dell'onda
che riecheggia il racconto di quando i Normanni
rimandarono a Costantinopoli l'impero
e la normanna madre
di Federico, pare,
temesse il destino.
Questi scogli con la stessa
naturalezza tengono
il tuo corpo disteso
e l'epidermide idruntina
che ti avvolge gli occhi

tratto da Salentitudine (LietoColle) p. 18

Vanni Schiavoni racconta la sua terra con inflessibile semplicità, in modo genuino e spigliato. Le sue poesie hanno un vago sapore popolare, sincero e non meno caloroso. I suoi versi rappresentano a pieno l’immagine di un Salento che brucia, che arde sotto il sole, che vive e si riposa, che ancora conserva delle tradizioni la loro purezza. Dipinge con le parole la “salentitudine” che ancora freme, le meraviglie che ancora splendono e attraggono, la cultura, i luoghi e gli ambienti del sud, della sua terra, del suo cuore… Ad ogni verso sembra addentrarsi in un borgo, ogni parola è un piccolo vicolo su cui si affaccia parte di un paese che passa tra le abitazioni, ma vive tra le strade. Le sue poesie sono scritte nella maniera che solo un vero poeta conosce, con lo sguardo attento, vigilante e partecipe ai segreti naturali di cui a volte, troppo spesso, il continente se ne infischia... Dalla carta arrivano odori intensi, che provengono da ignorate esistenze, che passano per case, sobborghi o campagne e riecheggiano visioni malinconiche di una terra che va incontro al suo destino con scintillante energia. In cinque argomenti (dove/ quando/ cosa /chi /perché) Vanni Schiavoni riesce a raggruppare i suoi pensieri, a trasmetterci le sue emozioni con chiarezza e disinvoltura, ci rapisce dalla nostra terra e con un delicato labirinto d’inchiostro ci porta in tutti i luoghi del Salento, così da conoscerli come fossero i nostri. L’autore è esplicito nella sua complicità con la vita quotidiana del paese, nella sua equilibrata ammirazione che non si gela al freddo invernale ma, con giusta coerenza, è costante, e gli appartiene nel tempo, e lo appaga anche se non è il sole di dicembre a scaldargli l’anima.

Federica Ciccariello (fonte Ibs)

venerdì 19 giugno 2009

La Rassegna "Sul far della sera" alla Taberna Libraria di Martina Franca

Partiranno sabato 20 giugno, presso la Taberna Libraria di Martina Franca, gli “Incontri sul far della sera”, organizzati con la collaborazione di “Fucine Letterarie”. Il noir psicotropo di Delacroix in azione. Un nuovo modo di vedere la cultura, trasformandola da provinciale a centrale, da affaticante a liberante

E allora ecco sabato 20 giugno, con l'azione performativa sul libro di racconti psicotropic noir “Il Sesto” (Lupo Editore) dello scrittore Stefano Delacroix e del giornalista e critico letterario Domenico Fumarola, gli “Incontri sul far della sera – Performances in 6 movimenti letterari”, organizzati dalla Taberna Libraria, in collaborazione con “Fucine Letterarie”.
L'idea condivisa da Taberna Libraria e Fucine Letterarie è quella di offrire brevi, ma intense azioni di scrittura e lettura, orientate - prevalentemente ma non solo - verso autori ed editori pugliesi, come avverrà in questi primi tre mesi. I prossimi autori che “agiranno” all’interno della “Taberna Libraria” saranno infatti: Ilaria Seclì (martedì 30/6), con l’azione a cura di Michelangelo Zizzi sul volume di poesie “Del pesce e dell'acquario” (Lietocolle libri); Giuse Alemanno (domenica 5 luglio), con l’azione a cura di Stefano Donno sul romanzo “Le vicende notevoli di Don Fefè” (Icaro Editore); la salentina Pepita Rosa (martedì 21 luglio), con l’azione a cura di Annarita Lorusso sul testo di fiabe postmoderne “Diadema” (Lupo Editore); l’azione del Prof. Antonio Scialpi (mercoledì 5 agosto) sul volume “Beata ignoranza” (Fandango Editore) di Cosimo Argentina; Mario Desiati (martedì 18 agosto), con l’azione a cura di Michelangelo Zizzi sull’ultima fatica dello scrittore martinese, “Foto di classe” (Laterza Editore).“L'obiettivo degli Incontri sul far della sera – ha dichiarato Michelangelo Zizzi, direttore artistico della Taberna - è quello di trasformare la cultura da provinciale a centrale, da casuale a centrata, da affaticante a liberante. Non si tratta tanto di presentare dei libri, quanto di farli agire. L'idea di performance può sembrare persino antiquata - divisa com'è tra spettacolarizzazione anni '70 e prodotto di consumo artistico - ma la performance di azione è diversa invece, poiché è condotta, in movimento appunto. Non intende essa tanto sorprendere o 'accontentare', quanto agire trasformando”.
La brevità e l'intensità saranno due elementi fondamentali di questo tipo di azione. Nella performance di sabato 20 giugno ci sarà, oltre alla presentazione del book trailer, anche un'azione musicale condotta dallo scrittore Stefano Delacroix - già rocker di livello nazionale - con Franco Speciale. Tutte le azioni letterarie avranno inizio a partire dalle ore 19:30, presso la Taberna Libraria in Via Pantaleone Nardelli 2, Martina Franca.

Per ulteriori Info contattare i numeri: 080/2377578; 333/5871387° scrivere una mail all’indirizzo taberna.libraria@yahoo.it.

mercoledì 20 maggio 2009

Dieci brevissime apparizioni di Nunzio Festa (LietoColle)

Ricevo con molto piacere da LietoColle di Michelangelo Camilliti, un piccolo gioiellino, vuoi per la veste e la resa tipografica vuoi per il pregevole contenuto: “Dieci brevissime apparizioni” di Nunzio Festa nella collana “solodieci Poesie”. E non cambierei una virgola di questo mio primo giudizio,anche se si trattasse di una manovra economico-editoriale per risparmiare qualche lira, trattandosi per di più della cenerentola, in termini economici, del mondo delle lettere, ovvero la Poesia. Infatti come prima impressione il prodotto potrebbe risultare alquanto esiguo, povero, assolutamente non invitante all’acquisto! Una sovracoperta cartonata color avorio (a due colori, nessuna immagine di copertina) che racchiude un corpus di 16 pagine ciappate. Il tutto però ha una sua sobrietà, e una certa eleganza, che sicuramente si lascerà apprezzare e godere da chi ama le piccole cose di buon gusto. Per venire all’autore in questione, ovvero Nunzio Festa, e a questo suo ultimo lavoro, sono rimasto piuttosto colpito dalla sua prosa poetica. Il ritmo della parola non è ricercato, in quanto sembra prediligere una misura del tempo narrato, gestito da una forte visionarietà, che parte dal quotidiano, ma lo trasforma a suo totale piacimento, quasi a non riconoscerne lo statuto fenomenologico e ontologico. Prendiamo a pag. 3 il “Primo brevissimo”: “Aveva riconosciuto la sensazione di stare allerta, dove quel suo tempo era stretto infinitamente alla corda tesa e molle dell'Epoca, e se un giorno arriverà Epoque lei non se la troverà addosso. Neppure per misericordia. E il pentolino saliva colla stessa, alla velocità dello sguardo. Che di fugacità viveva, o aveva vissuto. La ragazza provava a rialzarsi, ma si risedeva. Scodinzolava, fremeva, sfregava. Friggeva, il suo tappeto. Allora decise, con calma, giunto il momento di ridere da sola; e guardò - per rivederlo - il suo film preferito La tramontana: quel film comico duemila volte letto e sentito”. Il punto di partenza teorico-letterario adottato da Festa per la strutturazione di questi componimenti sembra essere quello del problema della percezione dell’individuo nell’avvertire il luogo del proprio vissuto, dal momento che non se ne ha memoria né se ne può avere una, in quanto tutto è troppo sincopato per poter essere fermato, discusso, percepito, assaporato. Il rapporto tra sé e il mondo insomma è al di fuori di qualsiasi metafora per poter essere cantato. Lo spazio dell’abitarsi nel sociale, ha oramai una grammatica talmente stramba e strampalata da divenire grottesca e mostruosa. Per farla breve, il sintomo dell'attualità diviene parodia di una perenne messa in scena dell’esistenza. Il messaggio che Nunzio Festa vuol lasciar trasparire, e non tanto tra le righe, è che in fondo se ci si lascia trasportare dal senso di angoscia o di smarrimento che pervade ogni fessura della nostra contemporaneità, alla fine ci scorderemo anche di vivere, di sorridere, o perché no, di poter scherzare magari, a volte bonariamente a volte con ironia e sarcasmo, anche delle cose più sacre, quelle che i secoli, le tradizioni, i buoni e i cattivi maestri hanno rinchiuso nelle catacombe buie e abbandonate di una certa cultura. Si veda ad esempio a pag. 5 il Terzo Brevissimo: “Oggi è il compleanno del poeta. E non sa come servire in tavola gli auguri stesi al sole. Dunque si prende tutto quello che la gente mostra sul solco della sua pancia. Quindi, un secolo di birre. Il secolo delle birre brevi come lunghe. Il secolo delle birre, è questo. Il giovane poeta compie gli anni. Ogni volta il giovane poeta, il poeta giovane, si sceglie gli anni da compiere. Tutte le volte che accade - quasi tutti gli anni, tranne quando (nei bisestili) non ci sono anni - è una battuta. L'applauso era fragoroso. Le tentazioni d'inventarsi finte spalancavano porte, inizi di territori inesplorati. Ma l'esplorazione di questo poeta è cosa da puntino.” Si tratta a mio avviso di una piccola pubblicazione fresca e intelligente su come la mutevolezza dei paradigmi sociali e relazionali si possa affrontare facendo anche dei bei versi. Sono cinque euro spesi bene!

Nunzio Festa è nato nel 1981 a Matera, dove attualmente lavora. Risiede a Pomarico (MT) con la sua compagna. Poeta, narratore, critico; lavora nel campo dell'editoria ed è collaboratore giornalistico. Collabora, inoltre, con siti internet, riviste e quotidiani. Suoi articoli, poesie e racconti sono stati pubblicati su riviste e in varie antologie.Nel 2004 ha pubblicato la sua prima silloge poetica E una e una, mentre nel 2005 la sua prima raccolta di racconti Sempre dipingo e mi dipingo. Diversi i riconoscimenti ricevuti. Nel 2006, il racconto breve "Da dentro la materia" è entrato a fare parte dell'antologia Storie d'acqua dolce (Eumeswil Edizioni). Nel 2007, la silloge poetica "Deboli bellezze" è entrata a far parte della collana curata da Silvia Denti, I quaderni Divini. Nel 2008 ha pubblicato racconti e poesie per diverse case editrici, fra le quali Giulio Perrone editore, LietoColle.

Festa Nunzio- "Dieci brevissime apparizioni", LietoColle - Collana Solodieci
Sottotitolo: brevi prose poetiche

sabato 2 maggio 2009

Maggio, le rose, i libri, i segni, la musica al Fondo Verri di Lecce

Giovedi 7 dalle ore 20.30
Paolo Vincenti racconta “Danze Moderne (I tempi cambiano)
A seguire Luca Ciarla, violino solo


Gli anni ottanta sono i ‘protagonisti’ in “Danze Moderne (I tempi cambiano)”. Scrive Antonio Lupo che quella di Paolo Vincenti è una “scrittura "liquida". Fatta di “una creatività che prende vita nello spazio multiforme della pagina, l’autore tiene abilmente insieme suggestioni di matrice diversa, in un cocktail di rimandi e di citazioni, di passaggi da un codice espressivo all’altro. (…) La storia individuale "di rabbia, di amore, di odio e di altre trasgressioni", tessuta sullo sfondo di collettivi scenari massmediali, viene raccontata "in compagnia" dei cantautori più amati. Quasi un testo parallelo e/o "a supporto", costituiscono infatti i richiami dei versi delle canzoni di Ligabue alternati a quelli di Francesco De Gregori, di Francesco Guccini o di Roberto Vecchioni. Una colonna sonora che lega il piano esistenziale a quello generazionale.

Violinista, pianista e compositore, Luca Ciarla è un artista eclettico e originale. Suona musica classica, jazz e musica popolare, dando vita a composizioni che inevitabilmente riflettono la varietà del suo bagaglio artistico. Luca si è esibito in Cina, Inghilterra, Messico, Slovenia, Svizzera e negli Stati Uniti. Nato a Termoli nel 1970, ha iniziato a suonare il violino e il pianoforte all'età di otto anni. Giovanissimo si iscrive al Conservatorio Lorenzo Perosi di Campobasso, avvicinandosi alla musica classica e cominciando ad esplorare le sonorità del jazz. Negli ultimi anni Luca ha suonato con musicisti quali Luciano Biondini, Daniele Sepe, Walter Paoli, Daniele Scannapieco, Simone Zanchini, Lello Pareti, Maurizio Rolli, Max Ionata, Danilo Rea, Samuele Garofoli, Marco Salcito, Renzo Ruggieri, Maurizio Minardi, Nicola Angelucci, Blaine Whittaker, Sylvain Gagnon, Anthony Fernandes, Giampaolo Ascolese, Antonio Franciosa, Marco Siniscalco, Marina Rei, Mimmo Locasciulli ed altri ancora.

Venerdi 8, dalle ore 20.30
Rocco Aprile racconta “Il funerale e i fiori di campo”, edito da i libri di Icaro
intervengono Silvano Palamà


Rocco Aprile è nato nel 1929 a Calimera, nel Salento. Figura essenziale del movimento di riscoperta delle tradizioni greco-salentine e di salvaguardia della lingua grika, è tra i fondatori del Circolo Culturale Ghetonìa. Dopo la riedizione de “Il sole e il sale”, che ‘i libri di Icaro’ hanno curato nel 2006, Rocco Aprile, è tornato alla scrittura, regalandoci questo nuovo romanzo che continua la narrazione del primo accompagnandoci sulla soglia del Salento contemporaneo.
Il protagonista è Rocco: gli studi a Bari, le passioni, le amicizie, i sodalizi intellettuali e “poetici”. E ancora il Salento, con le prime trasformazioni del dopoguerra e l’arrivo di un tempo migliore, l’annuncio del cambiamento di pari passo con il crescere, l’avanzare di una coscienza e di una conoscenza della qualità territoriale. La Lambretta di Rina e la Mercedes di Anita prendono il posto della bicicletta, e gli amori divengono scelte.

Sabato 9, dalle ore 19.30
Vernissage della mostra “Ventagli nell'aria” di Mimma Sambati (in allestimento sino a domenica 17)


Scrive Vito Antonio Conte di Mimma Sambati: “Avevo conosciuto Mimma (Sambati) in un'altra vita. Altri tempi per tutti. Per me ch'ero altrove, per motivi universitari e per lei che viveva alcuni grandi amori, tra cui quello per la pittura e, più in generale, per l'arte. Quest'ultimo vissuto appieno per la fortuna che ha avuto di conoscere Antonio Verri, condividendone passaggi d'esistenza. Il primo perchè, mentre muoveva i primi passi presso la locale Accademia d'Arte, ha vissuto il fulgore dirompente e l'esilio liquido, fatto di mare e di vino portoghese (ma non solo), del vichingo leccese Edoardo (De Candia)”. Come per la sua poesia - l'esordio poetico di “Ho costruito un castello di pioggia” lo firma con il nome di Genny Meraviglia – anche la pittura è traversata da una sensibilità che accoglie il “femminile” la particolarità di quel sentire coniugandolo al di là dell’essere donna, come valore, modo, filtro alla vita utile alla vita stessa con le derive, le malinconie, le mancanze. Valori tutti di differenza, di un'altra Storia, di un altro esserci.

Domenica 10, dalle ore 20.30
Marthia Carrozzo legge da “Pelle alla pelle. Dimore di mare e solo sensi” raccolta edita da Lieto Colle con Margherita Macrì musiche di Claudio Prima e Emanuele Coluccia


Scrive Stefano Donno della nuova raccolta di versi di Marthia Carrozzo: “E’ un canto sottile, ammaliante, dolcissimo a volte, altre forte come un’onda impetuosa di mare, o come il nostro vento di tramontana, che sa raccogliere in grembo colori, odori, umori, amori, in un modo che il suo vissuto diventi tracciato biografico di un sentire universale, sublimandosi in un’estasi per versi dove la Poesia, e in questo caso dandole la P maiuscola la connotiamo in tutta la sua sacralità, trova la sua dimora più consona, ideale per far fiorire in più di qualche occasione una prosa poetica delicatissima, dove oggetti, eventi, sensazioni, il narrare stesso non sono solo narcisismo della parola, ma ricerca di verità, continui resoconti del proprio vissuto, per poi divenire pausa e silenzio, trampolino di slanci per gettarsi nel mondo, viverlo, gustarlo. Tracciati di pelle e gola, e sudore, riempiono le pagine di Pelle alla pelle, perennemente in bilico tra il senso dell’oblio e la ricerca di un’identità corporea, sciolta e ricomposta incessantemente dalla parola, quasi in un’estasi orgasmica che brucia i ricordi, gli attimi, i non-detti…”

Venerdi 15 dalle ore 20.30
Antonio Scarcella racconta “Ipotesi su Ulisse” di Antonio Mercurio
A seguire “Il complesso d'inferiorità” presenta “Senti nella nebbia il dire è la messa in Croce”


L’Odissea non è, come molti credono, un romanzo d’avventure né una celebrazione del “ritorno” a Itaca (il nostos) come altri pensano. E’ un libro sapienziale, così come lo è la Bibbia per gli Ebrei e per i Cristiani.
Ulisse è l’archetipo principale dell’essere umano ed è una vera stupidità il fatto che sia conosciuto dai più per la sua astuzia e per i suoi inganni e non per la sua saggezza e per il suo coraggio con cui trasforma sé e gli altri che stanno rinchiusi nella loro solitudine narcisistica.
Steven Hawking, il più grande scienziato di oggi, s’interroga da anni sul perché dell’esistenza di questo universo e non sa che la risposta che la scienza non potrà mai dare l’aveva già data Omero quasi tremila anni fa.

Sabato 16 dalle ore 20.30
Vito Bruno racconta il suo “Il ragazzo che credeva in Dio”, edito da Fazi, intervengono Mauro Marino
A seguire Gianluca Longo, concerto di mandole per “Il mandolino storie di uomini e suoni nel Salento”.


Con un ritmo incalzante e una scrittura limpida ed evocativa, “Il ragazzo che credeva in Dio” racconta il viaggio di Carmine tra i gironi di una città allo sbando, nel disperato tentativo di sottrarre Alena al suo destino e di ritrovare un senso alla propria vita. Un romanzo in forma di indagine-confessione sull'azzardo della fede, sullo smarrimento, sull'amore, sulle ragioni della speranza. Attorno, un coro di personaggi alle prese con la quotidiana lotta per la sopravvivenza in una Taranto torrida e inquinata: Pietro, operaio al siderurgico con il padre malato di cancro; Nino, adolescente di buona famiglia adescato dalla malavita locale; Cataldo, figlio di un povero pescatore con il sogno del pallone come riscatto sociale; Sandra, ex compagna di scuola nonché primo e unico amore di Carmine. Da Vito Bruno finalista al Premio Campiello 2000, editorialista del Corriere del Mezzogiorno, un romanzo che ricostruisce la delicata psicologia dell'uomo di fede contemporaneo, costretto a confrontarsi con una realtà spesso troppo dura e difficilmente giustificabile anche dal punto di vista religioso.

Gianluca Longo è musicista e musicoterapista, suona il mandolino, il mandoloncello, la mandola, la cetra corsa, la chitarra classica, la chitarra battente e il tamburello a cornice. La passione per le sonorità tradizionali della sua terra nasce grazie ai continui stimoli ricevuti dalla famiglia e dalle persone anziane a lui vicine. La madre è poetessa e cantrice di canti e "cunti" tipici della tradizione; il nonno, noto barbiere-mandolinista del paese, trasmette al nipote la tecnica e la passione per il mandolino. Da questo nasce la ricerca e il libro “Il mandolino storie di uomini e suoni nel Salento”.

Venerdì 22 dalle ore 20.30
Lino Angiuli presenta “Puglia in versi. I luoghi della poesia, la poesia dei luoghi” edito da Gelso Rosso, intervengono Maurizio Nocera, Antonio Errico, Pierluigi Mele, Piero Rapanà.
A seguire “Da qualche parte Sandra” con Claudio Prima, Emanuele Coluccia e Sandra Caiulo


Puglia, una e trina, costruita di Parole. Di sospensioni, di vertigini che salgono le cime dei campanili e caracollano nell'infinito della polvere di tufo. Che sanno il soffoco della pianura, la carezza e l'abbaglio del mare.
Una Puglia cruda, amara dove “La migrazione del tempo collima con un canto sfibrato, l'aria è irrespirabile, (e) si va verso un futuro di privazione” così la leggiamo nell'Abbecedario dei migranti di Vittorino Curci dove Gamal “ha conosciuto una tristezza nuova”.
Una Puglia una e trina, mai scontata, mai prigioniera di cartoline o dei doveri del marketing territoriale. La Puglia dei poeti, di chi, nell'essenza sa, la necessità del canto!
Molti i nomi. Quelli a noi più vicini: Vittore Fiore, i due Vittorio: Bodini e Pagano, Girolamo Comi, Aldo Bello, Maurizio Nocera, Antonio Errico, Pierluigi Mele.

Sabato 23 dalle ore 20.30
Gino Pisanò presenta la poesia di Umberto Valletta
Fernando Rausa legge dal suo “Terra mara e nicchiarica” edito da Manni


Umberto Valletta scrive: “Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui”. Secondo Giovanni Invitto un caso di intellettuale-artista “fuori le righe” per il suo modo di esistere, perché per lui l’arte è connaturata all’esistenza. Questo è un bene, ma, per la maggior parte dei casi, lo si paga sulla pelle, sulla vita. E sulla professione. “Umberto aveva già risposto, “da architetto e da poeta”, che è inutile essere artisti se si deve vivere da impiegati. E’ l’architetto che coniuga bellezza e razionalità. Ed è il poeta che ingentilisce la movida salentina donando fiori-poesie come i gigli di pietra del nostro barocco”.

Fernando Rausa attribuiva alla poesia l’alto compito di indicare la possibilità di un mondo più libero, più giusto, più umano. Una voce fuori dal coro il poeta dialettale Fernando Rausa (1926-1977). Il punto di osservazione privilegiato del poeta rimane il paese natale di Poggiardo vissuto come nucleo primitivo solidale il quale, però, invece di rappresentare un luogo di serenità e di convivenza possibile, ha finito col provocare ingiustizie e dolori. Su tutti il dramma doloroso e straziante dell’emigrazione all’estero. Nel momento in cui il padre è costretto, per trovare lavoro, ad abbandonare i propri figli, non solo si è rotta drammaticamente l’unità familiare ma anche la continuità sociale fra vita e lavoro. Intorno a questo triste fenomeno l’autore costruisce la profonda delusione della quale è impregnata la poesia, che rimane comunque l’ultima speranza di riscatto e di rinnovamento. Scrive Donato Valli: “Fernando Rausa attribuiva alla poesia l’alto compito di indicare la possibilità di un mondo più libero, più giusto, più umano. Egli non fa sorridere, non intende portare allegria ai suoi lettori, come in genere fanno i poeti dialettali popolari a lui contemporanei. Pone problemi. Per sé e, soprattutto, per la società. Sente, insomma, il suo essere poeta come un impegno morale, teso a sconfiggere le ingiustizie e a purificare la società da ogni menzogna, da ogni sopruso.

Venerdì 29 dalle ore 20.30
Giuse Alemanno racconta il suo “Le vicende notevoli di Don Fefè, nobile sciupafemmine grandissimo figlio di mammaggiusta, e del suo fidato servitore Ciccillo” edito per i libri di Icaro


intervengono Elisabetta Liguori, Antonio Errico e Piero Rapanà.

Giuse Alemanno è nato a Copertino, vive ed opera a Manduria. In “Le vicende notevoli di Don Fefè, nobile sciupafemmine grandissimo figlio di mammaggiusta, e del suo fidato servitore Ciccillo” edito per i libri di Icaro c’è una nuova lingua, suona di dialetto. Inventata, come il cosmo che racconta. Un titolo lungo, con un sapore fortemente e volutamente retrò. C’è il cinema che disegna, nel pensiero dell’autore, la figura di Don Fefè, “cuor contento e panza piena”. Don Felice, il nome vero, nobile di Cipièrnola, incontrastato padrone di Palazzo Rizzo Torregiani Cìmboli, in un Sud dove in corpo scorre il rosso intenso del Primitivo e l’indolenza meridiana delle voglie.
L’inizio di una saga che potrebbe avere come interprete il Mastroianni di “Divorzio all’italiana”. Impomatato, con la retina a tenere i capelli ed il baffo in tiro. Con gli occhi semichiusi, il lungo bocchino e le voglie mai dome.

Domenica 31 maggio dalle ore 20.30
La poesia e i poeti


Irene Leo legge dal suo “Sudapest” edito nei Poet/bar di Besa
Ilaria Solazzo legge dal suo “Gocce nel deserto” edizioni Mancarella
Rita Rucco legge dal suo “Sensi di Versi” edizioni il Filo
Fernando Rausa legge dal suo “Terra mara e nicchiarica” edito da Manni

Maggio, le rose, i libri, i segni, la musica
da giovedì 7 maggio 2009 a domenica 31 maggio 2009
Fondo verri, s. maria del paradiso - Lecce
Telefono: 0832304522
E-mail: fondoverri@tiscali.it

giovedì 26 marzo 2009

Marthia Carrozzo, Pelle alla pelle, LietoColle collana Delta di Venere (09)

Marthia Carrozzo, è una poetessa che ha già superato la dimensione dell’esordio. L’ha fatto con Utero di Luna edito da Besa dove ha forgiato con il suo respiro e la sua forza un verso che si spinge a connotare ogni gesto e movimento del corpo e dell’anima. Utero di Luna è stato un titolo misterico, che mischiava all’ancestralità del sentire naturale, matrice delle forme universe, la condizione d’un femminile che cerca e chiede ascolto, una sovradimensione del ritmo e del respiro, attraversata dalla luce, dal kaos e capace di ri-fare versi, in nuove forme, forse in dimensioni altre.
Ora la poetessa, pubblica per i tipi di LietoColle nella collana Delta di Venere, un’interessante raccolta di versi dal titolo Pelle a Pelle. Ogni poesia, è un canto sottile, ammaliante, dolcissimo a volte, altre forte come un’onda impetuosa di mare, o come il nostro vento di tramontana, che sa raccogliere in grembo colori, odori, umori, amori, in un modo che il suo vissuto diventi tracciato biografico di un sentire universale, sublimandosi in un’estasi per versi dove la Poesia, e in questo caso dandole la P maiuscola la connotiamo in tutta la sua sacralità, trova la sua dimora più consona, ideale per far fiorire in più di qualche occasione una prosa poetica delicatissima, dove oggetti, eventi, sensazioni, il narrare stesso non sono solo narcisismo della parola, ma ricerca di verità, continui resoconti del proprio vissuto, per poi divenire pausa e silenzio, trampolino di slanci per gettarsi nel mondo, viverlo, gustarlo. Tracciati di pelle e gola, e sudore, riempiono le pagine di Pelle alla pelle, perennemente in bilico tra il senso dell’oblio e la ricerca di un’identità corporea, sciolta e ricomposta incessantemente dalla parola, quasi in un’estasi orgasmica che brucia i ricordi, gli attimi, i non-detti, che solo il gesto orgasmico, per l’appunto, è in grado di realizzare, architettare. I versi di quest’opera costruiscono “more geometrico” un dialogo multi-dermico che scavalca la dimensione dell’erotismo stesso, e si occupano, accudiscono con grande raffinatezza, dei lati del corpo, della bocca, dei corpi e del loro percepirsi, e di infinite carezze dolci come il miele, talvolta letali come fiele. “Non lasciarmi . Non lasciarmi, non lasciarmi ora. Non lasciarmi, ancora. Non darmi cenerentola inferma all’invito del mondo. Ho emesso suoni di me, raccolto e accolto, ho rimbeccato, ho dato mie gambe smagrite nel ballo del mondo”. Marthia Carrozzo fondamentalmente in questo suo lavoro ci racconta una storia. E’ la storia di una relazione. Ogni relazione incomincia con un incontro. Un pò alla volta ci si rende conto che si sta bene insieme, che si prova interesse l’un l’altro e si è pronti a rivelare qualcosa di sè. Tutto ha inizio con un incontro, un leggersi, un sorriso, una parola. Dopo i primi momenti, si sviluppa un sentimento di attrazione che rende felici. E’ il momento dell’innamoramento. Progressivamente emerge una realtà nuova: il noi, la coppia. A mano a mano che ci si conosce meglio, è probabile che ci si partecipi l’un l’altro del proprio mondo interiore dei propri sentimenti. E’ scelta gioiosa, entusiasmante, ma anche dura. E’ l’incontro di due storie diverse, di tanti vissuti gestiti altrove, ma poi convergenti in un tenero abbraccio. Ciascuno ha i suoi interessi, le sue idee; di qui viene la ricchezza dell’incontro. Ognuno deve rispettare la soggettività dell’altro e aiutarlo a realizzare se stesso.
Il rapporto a due diviene così scelta di stare insieme, di camminare lungo i sentieri dello spazio e del tempo, di costruire una realtà nuova. Ed è l’amore. Questo in fondo racconta Marthia Carrozzo. Della sua storia d’amore per la Poesia. Scrive Gabriella Rusticali nell’introduzione al libro: "Pelle alla pelle" giunge alla consapevolezza di Marthia Carrozzo e del suo lavoro per la voce, dove la ridondanza supera l'allitterazione e di­venta anche riverbero d'immagine. Questa poesia si stacca dalla parola ed entra nella totalità, nel periodare lungo e gonfio, nel sentire più forte e del corpo tutto” . Ma i suoi versi forse parlano già di per se. “E mi diede ciò che non si può rifiutare./E si prese ciò che non si può negare./Come la terra./Come la pioggia./Come terra non può rifiutare la pioggia./Delicata/presenza/di mare./Della stessa sostanza/quando viene sui fianchi sottili/a segnarne i contorni corallo,/a scucirli e bagnarli e mangiarne”.

rec. apparsa anche su Paese Nuovo

Marthia Carrozzo, Pelle alla pelle, LietoColle collana Delta di Venere, pp.82. Euro 13,00

Decameron 57: The Dual Nature of Silence di Sàndor Halmosi ( I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

Evidente che Halmosi ha fatto incetta delle avanguardie e ne ha vissuto le apoteosi, le intemperanze e gli sfilacciamenti, anche se adesso ...