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giovedì 13 gennaio 2011

Lettera a D. Storia di un amore di André Gorz. Intervento di Elisabetta Liguori











Poiché l’amore è tema sempre di gran moda e l’uomo sembra continuare ad averne bisogno come di una zattera per navigare il mondo, è giusto farsi ogni tanto un paio di domande a tema. Quanto dura esattamente? Ha una data di scadenza come lo yogurt? Come si modificano nel tempo le sue particelle organolettiche? Cosa ne resta in vecchiaia? Sarebbe bello poterlo chiedere ad Andrè Gorz. Purtroppo, e forse non a caso, Gorz è morto suicida nel 2007, assieme alla moglie Dorine, affetta da un morbo degenerativo. La sua è ormai, come quella di altri, la voce di un mito. «Ebreo austriaco», come amava definirsi, nato a Vienna nel 1923, trasferitosi prima a Losanna, poi a Parigi, dove iniziò la carriera di giornalista e saggista, arrivando fino alla direzione di «Les Temps Modernes», la rivista di Sartre, e alla fondazione con Jean Daniel del «Nouvel Observateur», fu uno dei grandi intellettuali di Francia. Con opere come “ Il traditore” influenzò l’esperienza di tutta sinistra europea (anche se non mancò chi, come sempre accade per i liberi pensatori, seppe rintracciare tra i suoi gli ideali tipici della destra) . “Lettera a D. Storia di un amore”, pubblicato da Sellerio, è la sua ultima opera. Una dichiarazione appassionata indirizzata alla moglie, che ne fa oggi una sorta di maìtre à penser del sentimento. Con questa lettera l’amante spiega all’amata, e a se stesso, come è nato il loro amore, quanto difficile è stato riconoscerlo, fino a dove si è spinto e perché. Quello di Gorz per la sua Dorine, infatti, è un amore durato 58 anni. Un amore senza data di scadenza, quindi, che in questa sua metafisica ostinazione sembra opporsi ad ogni legge razionale, ad ogni principio di politica sociale, ad ogni approfondimento intellettuale. Leggendo questo brevissimo trattato di antropologia, s’intuisce che, per il realizzarsi dell’amore duraturo, due sono i picchi caratteriali richiesti: fragilità e fascinazione. Gorz, pur nella sua estrema lucidità da filosofo, appare divorato da un vuoto che solo l’assoluta e costante dedizione alla moglie sembra colmare. Questo vuoto trasforma il suo amore in una cura e in un’ossessione. Un vuoto dinamico, auto rigenerante, che consente a due individui, di per sé refrattari ai ruoli che la collettività sembra voler imporre loro, di creare dimensioni alternative e appaganti. Dimensioni reciproche, simili a certe cantilene che si cantano a due voci: comincia uno, l’altro segue e ripete, poi si ricomincia in ordine inverso, ipnotico. E ancora e ancora. Andrè non riesce ad immaginarsi, se non con Dorine: in questo segreto, che Gorz riesce a svelarci solo da vecchio, si celano forse le risposte che cercavamo. L’amore dura nel tempo quando va a sanare una ferita personale e antica, quando consente a chi crede di non averlo, di trovare un posto sicuro nel mondo. Anche periodicamente diverso, ma ugualmente solido. Solo così l’amore può trasformarsi senza perdere vigore; solo così può diventare fatto narrabile e dunque diverso e vero ad ogni diverso tentativo di narrazione. Continuo è il parallelo che Gorz fa tra amore e scrittura. Scopo della vita dello scrittore non è ciò che si scrive, non il soggetto trattato in sé, ma il bisogno di scrittura. Il raggiungimento della consapevolezza che, quando tutto sarà stato detto, tutto resterà ancora da dire. Così con i sentimenti dunque: vince l’amore che ha bisogno d’amore e che nel tempo continua a volersi riscrivere. Al di là e al di qua della stessa esistenza materiale.
André Gorz - Lettera a D. Storia di un amore
pp. 68, euro 9 - Sellerio, 2008

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