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martedì 4 agosto 2009

Sono un ragazzo fortunato (surf backstage frame) di Marco Montanaro

[certo, alla fine di questo pezzo c’è ancora una domanda nell’aria: e la risposta è no, non userei più un blog per infilarci dei racconti; a ripensarci è un’idea balzana, pittoresca, soprattutto adesso che la scrittura da web è diventata ancora più breve, istantanea; e il pericolo di incappare in qualche casa editrice a caccia di scrittori-blogger mi fa rabbrividire; il mio blog attuale, il malesangue, si occupa d’interviste; e questa è un’altra storia.]

Adesso "Sono un ragazzo fortunato" (Lupo editore) è, prima di tutto, un oggetto. Il libro se ne sta per gli affari suoi, se ne infischia di me. Ogni tanto vado a sfogliarlo, ma il punto cruciale è che ora sto parlando di qualcosa di materiale, concreto. So che c’è tanta gente che scrive per pubblicare: quello che si dovrebbe avere in mente quando si scrive, suppongo, dovrebbe essere già il prodotto finale, in cui è racchiuso ogni passaggio del meccanismo che porta ciò che hai scritto a diventare di carta. Non so se è così, se effettivamente chi scrive ha già in mente ognuno di questi passaggi; mi considero uno che ha scritto un libro – non certo un professionista – senza sapere, all’epoca, che l’avrei pubblicato; sarei disonesto se parlassi d’altro e non del lato concreto della faccenda. Perché mi immagino un po’ nell’ombra, quando scrivo, è un’operazione che si svolge al riparo dagli altri, quasi nascosta; adesso provo a farmi affascinare dal lato concreto, quasi “fisico”, dell’affare. Portare fuori il libro, parlarne con chi ti conosce (e non sospettava), presentarlo in pubblico (non è una cosa che ritengo fondamentale, ma se mi “obbliga” a uno sforzo fisico, e se questo lato fisico completa quello mentale…), insomma: c’è un momento da cui vorrei partire per parlare di Sono un ragazzo fortunato, perché spiega anche a me, tutt’ora, un paio di cose. C’era un racconto che volevo assolutamente tagliare, per intero, in fase di editing; Donatella Neri, che si è occupata del mio libro per Lupo Editore, insisteva perché quel pezzo rimanesse, mentre io lo detestavo. Volevo infilarne un altro, al posto di quello: alla fine, una discreta mediazione, fuori entrambi. Ma Donatella mi scrisse una mail, in cui diceva più o meno: parti dal presupposto che ciò che esce fuori da te, a un certo punto, non appartiene più solo a te stesso. Per me è stato un momento fondamentale: perché, una volta che capisci che sei riuscito a tirar fuori un pezzo di te, le cose devono essere un po’ più lisce.
Quanto al libro in sé, Sono un ragazzo fortunato è soprattutto un libro sulla ricorsività dei meccanismi che governano le storie, e sul ritmo. Un mio professore, all’università, mi disse che la mia scrittura «ha ritmo». Io credo che proprio il ritmo faccia la fortuna di un testo, per la maggior parte. Probabilmente, anche solo a un livello inconscio per il lettore. Si parla molto di questioni di stile – una volta ho persino beccato uno che s’era fissato con l’anacoluto come nuova tendenza tra i giovani scrittori italiani, puah! – e poco di ritmo (che non è solo una sottocategoria dello stile, è chiaro). Il ritmo, a partire dalla punteggiatura, questo fa funzionare un testo – anche un film, a pensarci bene. Allora io ho cercato di lavorare su questo, soprattutto nei racconti Troppi Caffè e Storie d’amore disadorne. Rileggendo il libro, ascoltandolo recitato da altre persone, ecco, mi viene voglia di cambiare alcune parole; di dare una rinfrescatina ad alcuni concetti; ma, per quanto riguarda il ritmo, posso ritenermi tutt’ora soddisfatto. SURF conserva un suo ritmo, il che vuol dire che la mia voce interiore di allora e quella di oggi – sono passati tre o quattro anni da quando l’ho scritto – in qualche modo coincidono – niente schizofrenia. Per il resto, si tratta di finzione: pescare nell’autobiografia è stato comodo, com’è ovvio, ma fino a un certo punto; poi bisogna allontanarsene, prendere il largo, cercare gli angoli di una storia che possano rendere quella storia quanto più universale possibile. Avevo il terrore di annegare nell’autocompiacimento di certe canzoni italiane contemporanee, che dalla loro, però, hanno anche la musica.
Mi fermo qui con l’autoanalisi. Posso solo aggiungere che Sono un ragazzo fortunato fa il tifo per la narrazione di fantasia. È tifo, dunque irrazionale: credo che, citando Wittgenstein, su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere. Perciò non avrei potuto scrivere a proposito della Sacra Corona Unita o sulla diossina di Taranto. Mi piacerebbe scrivere una mia personalissima guida alla Puglia, forse su quella lingua di terra in cui vivo, tra Brindisi e Taranto, sconosciuta ai più, e dimenticata da se stessa. Ma sarebbe la mia visione, riterrei comunque di agire nell’ambito della finzione. Per il resto, tendo a tacere.
Anche sullo scrivere un libro, avrei potuto tacere fino a qualche tempo fa; visto anche il fatto che questa è esperienza comune a molti italiani, soprattutto dopo l’avvento degli scrittori-blogger (il che è un ossimoro). A me, in fondo, è andata bene: avevo scritto alcuni racconti per me stesso – dunque, direi, in un regime di semi-inconsapevolezza – alcuni di questi pubblicati in giro per la rete, altri rimasti nel pc. Così decisi di mettere su un blog a tempo determinato: un racconto a settimana per nove settimane. Pensavo potesse essere un richiamo per un qualche pubblico, l’appuntamento settimanale; invece fu soprattutto un modo per disciplinarmi, per fare in modo che lo scrivere smettesse di essere atto occasionale o dettato da certi umori (da questo punto di vista non so ancora se ho fatto progressi). Dopodiché, un amico che lavorava per Lupo e Coolclub mi suggerì di mandare qualcosa in casa editrice. Mesi dopo fui contattato da Cosimo Lupo, il mitico editore tuttofare, e cominciammo con l’editing e tutto il resto. Poi, la fusione tra Lupo e Coolclub per una nuova collana ed ecco il mio libro.
Non so com’è scrivere appositamente in vista di una pubblicazione; non avevo la smania di “uscire”, soprattutto perché sapevo che avrebbe voluto dire tirar fuori, rendere pubblici alcuni tormenti personali; e invece, ci sto facendo l’abitudine. Capita, quando leggono il tuo libro in pubblico; non puoi farci nulla e puoi persino finire con l’apprezzarlo. Probabilmente, è ciò che devi fare, per quanto possa interessare solo due o tre persone.