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giovedì 9 luglio 2009

Each man kills the thing he loves di Silla Hicks (Intervento sulla trilogia di Millenium di Stieg Larsson editi da Marsilio)

Each man kills the thing he loves. È la canzone di Querelle de Brest, che certo non consiglio alle anime candide, che sinceramente è un pugno nello stomaco per tutti, anzi, ma è pur sempre il gigantesco Rainer Werner Fassbinder.
Però poteva anche essere la sigla di questo film, e di questo libro, se i libri avessero una sigla, e secondo me dovrebbero averla. Lo dico subito: non è un capolavoro, la triologia del signor Larssen morto prima di arricchirsene. E nemmeno il film resterà nella mia cineteca interiore – quella, per intenderci, dove si proiettano, uno dopo l’altro, l’opera omnia di Ferrara e Lars Von Trier – incluso Antichrist, e non sono ammesse obiezioni - insieme a Cronenberg, e a sprazzi di Oliver Stone, con sopra a tutti quel Blade Runner che più di ogni altra cosa mi ha insegnato il senso dell’esistere.
Ma nel multisala affollato del sabato ci ho accompagnato mia sorella, a vedere l’istant-movie tratto da questo polpettone Ikea, e l’ho vista piangere tutto il tempo senza nemmeno guardare lo schermo, così ci sono stato tirato dentro, mio malgrado. È per questo che ne parlo: altrimenti non ci avrei speso 3 giorni, a leggermi qualcosa come cinquemila pagine di rarefatto trhiller scandinavo, che dio se Wallander non è centomila volte meglio, volendo restare in zona. Ecco perché ne parlo, anzi: ecco perché TI parlo, Kalle Blomqvist: perciò, siediti, e stammi a sentire.
No, non è che improvvisamente mi sia ricordato di essere il fratello maggiore: lo sono sempre stato, anche mentre avevo una vita a cui pensare. Ma vedi, adesso è diverso, adesso dividiamo tutto il tempo in cui non guido, io e questa ragazza che non pesa neanche un terzo di me, e parla solo attraverso numeri, quando proprio le va di parlare.
Lei, che si nasconde dietro al suo PC e beve birra dal mio bicchiere, e non ha amici e ha paura della gente, e tutti dicono che è strana, e la chiamano pittbull e le girano al largo, lei, che ha il cuore frantumato da troppo tempo per cercare di rimetterne i cocci assieme, lei, che sarebbe bellissima e invece è speciale, lei, che è mia sorella, stava lì, ferma dov’era, e cazzo, potevi lasciarcela, invece te la sei andata a cercare. Te la sei andata a cercare, e l’hai vista come nessuno aveva mai avuto il coraggio di guardarla in tutta la vita, e a te è bastata un’occhiata sola: e tutto questo, per scappare come un coniglio e tornare alla tua squallida vita del cazzo o qualsiasi altra cosa essa sia, e lasciarla che butta nel cassonetto la foto di Elvis (è così che finisce, il tuo primo cazzo di volume).
Salvo insistere, per ritrovarla e parlarle – di cosa? Di Gadda? Dell’ipotesi di Reimann? Scegli, può tranquillamente discettare di entrambe, e farlo mentre si smalta le unghie dei piedi – come se fosse una macchina senza carne né sangue, e infatti lo era, prima di te, rassegnata a che nessuno le leggesse dentro in mezz’ora così tanto da non aspettarlo nemmeno più. Ma poi sei comparso, e l’hai fatto gratis, e ieri sera ha pianto due ore, dentro a un cinema, mentre io ero là, e avrei voluto romperti la faccia, lo schianto della cartilagine del tuo naso sotto il mio sinistro, tra le poltrone e in mezzo alla gente, un fiotto vischioso e scuro che si allarga sulla tua bella camicia di lino bianco, mi avresti guardato incredulo, anzi no, non credo. Perché se sei stato capace di vederla, allora sai. Tutto. Incluso quello che sto per dirti. Incluso me.
Allora: siediti Kalle Blomqvist, siediti, e stammi a sentire, e sì, ti chiamerò con questo nome ridicolo da Pippi Calzelunghe che nella triologia usano per schernirti sulla stampa e che s’adatta benissimo all’uomo che sei stato, con lei almeno, così che nomen omen mi verrebbe da dire, tanto più perché è ridicolo anche il tuo nome vero (ammesso che in te ci sia qualcosa che non sia di cartone).
Cominciamo dal titolo e dal primo libro, uomini che odiano le donne, e tutta la storia di una famiglia di sadici che nemmeno le colline hanno gli occhi, e tu e lei in mezzo (sorvolo sul fatto che è lei a salvarti la vita): mi spiace dirti che te ne sei perso il senso, perché non odia le donne solo chi le ammazza, anzi spesso quello è uno psicopatico e punto, e forse non odia nessuno, perché l’odio è un prodotto della neocorteccia e lui è solo arcaico sistema libico, è solo un animale.
Piuttosto, le odia chiunque faccia come te, e non tenga a distanza degli origami quando sa di avere forbici al posto delle dita (e tu sai che gli origami esistono, Kalle Blomqvist, lo sai, se no non avresti intitolato il tuo terzo la regina dei castelli di carta, e alla tua età dovresti sapere anche di essere Edward mani di forbice, se non altro perché ti sarai tagliato da solo e più volte, e nel buio della notte avrai visto le lame, sul tuo cuscino).
L’origami del libro è un’hacker e si chiama Lisbeth Salander, ed è vero che – quindici centimetri in meno a parte – è la fotocopia di mia sorella, o almeno di quello che lei è realmente e gli altri – quasi tutti, tranne te – non vedono.
E non per il fatto che anche mia sorella porta anfibi e guida la moto, no, quelli sono dettagli, abbastanza pittoreschi solo qui, che siamo all’estrema propaggine d’Italia dove anche un bacio fa rumore.
Se ti dico che c’avevi preso, accostandola a lei – mi permetto di suggerirle la lettura di questo libro, un personaggio del quale ha con lei una qualche affinità, hai scritto, e a dirla tutta hai una bella scrittura, fluida e pastosa e inclinata, e una firma che è un susseguirsi di compiaciute s minuscole, mont blanc, è da credere – è per qualcosa di molto meno visibile, e di molto più vero. La sua matematica, che è quanto le resta del disadattato piccolo prodigio che era alle elementari. La sensibilità esasperata che solo chi vive fuori dalla superficialità sociale può avere. La fame di amore che la chiude a riccio e le fa mettere l’anima nelle mani di chi incontra, anche se dovrebbe sapere che è solo sua, e che non ne ha altre e deve proteggerla.
Non so niente della tua vita, Kalle Blomqvist, anche se io la tua Erika l’ho vista e da uomo a uomo non ti capisco, tutto l’universo che adombri nel tuo sguardo di laguna e poi questa cinquantenne qui, uno e sessanta con le meches: potrei dirti che sei scemo, che non è il timbro di Hanoi sul passaporto ad ammantare di Indocina – habitat di vertigine: condivido appieno - una che sì e no può sembrare una matura segretaria, ma non è questo il punto.
Potresti dirmi che non è questo che tu hai visto e vedi, e dio lo sa se ci sono due occhi che vedono la stessa cosa. Ma non è questo il punto.
Il punto è che lei era lì, e che tu te la sei andata a cercare, senz’altro fine se non vedere se avevi ragione, e dio quanto deve averti lusingato, anche, cazzo, ha vent’anni meno di te, e l’intelligenza folgorante che hai sempre voluto, il faro che abbaglia e che nessuno può essere se non per dono. Puoi parlare greco e latino quanto vuoi, Kalle Blomqvist, ma quella è istruzione, non è genio.
Ti può servire per fare colpo sulle sciacquette del rotary, e accomodati, per quello che vale.
Ma non dirmi che gli hacker sono hacker, e quelle che si portano a cena al Bastione sono qualcos’altro, perché allora sì che ti prendo a calci.
Perché vedi, Kalle, o comunque tu ti faccia chiamare, sono tutte prima di tutto donne. E poi il resto, se – fortunatamente - un resto c’è: è una donna Lisbeth, con i suoi tatuaggi e i suoi piercing e le unghie rose a sangue, quanto una delle tue fighette con i capelli stirati tutti uguali e la french manicure di plastica e le Hogan bianche, perché le donne sono tante, non solo una.
E riconoscerlo e amarle è un po’ la stessa cosa.
Non so niente di te, Kalle Blomqvist.
Ma sei tu, uno che odia le donne, di questo sono convinto.
E non dirmi che avresti sposato Lisbeth, se ci fossero stati altri libri, perché alla fine del terzo tornavi, e le portavi la colazione.
Che facevi scena solo per allungare il brodo, perché altrimenti sarebbe stato scontato. Non dirmi che l’amore è scontato, né altre stronzate.
Each man kills the thing he loves.
È verissimo.
Ma per favore, Kalle o comunque ti chiami, per favore. Non parlarmi, proprio tu, d’amore.

Recensione di Silla Hicks sulla trilogia di Millenium di Stieg Larsson editi da Marsilio