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giovedì 14 giugno 2012

Scrivo poesie solo per portarmi a letto le ragazze … intervento di Vito Antonio Conte


Avevo lasciato l’ingombrante volume di istituzioni di diritto privato sul tavolino che usavo come scrivania, insieme a tutto il resto. La tazza di caffè vuota. Due pieghevoli di altrettanti imminenti eventi culturali: una session jazz al Fermoposta e un nonricordopiù a teatro. Una lattina di arachidi riciclata come portapenne piena di biro e matite rosse e blu. L’ultimo carteggio d’amore. Radici di liquirizia. Un blocco di carta per appunti. Altre cianfrusaglie. E una vecchia fotografia di David Doyle che non smetteva mai di guardarmi. Lei in B&N di fronte a me. Ne avevo abbastanza. E mi doleva lo stomaco. Dovevo camminare per non vomitare. Respirando. Inspiravo. Mandavo giù fino allo stomaco. Trattenevo. Facevo tre passi e buttavo fuori. Così, da via D’Azeglio, superando il cine d’essai e poi il ponte su quella pisciata di torrente che chiamavano fiume, giunsi in piazza Garibaldi e da lì, costeggiando un po’ di medioevo, scesi nella piazza dove la cattedrale e il battistero si guardano di sbieco. Sedetti sui gradini del negozietto di souvenir adiacente la chiesa e mi accesi una enneottanta. Non era una Marlboro, ma se anche lo fosse stata non sarebbe bastata. Il sole era assente. Come altro. Il profumo di brodo di cappelletti indicava un’ora prossima a quella di pranzo. Mi alzai. Il dolore era sceso al ventre. Rimisi in moto le mie adidas consunte e mi trovai di fronte a una libreria. Credo fosse la Rizzoli. Entrai. Iniziai a girare tra gli scaffali. Notai, orizzontale tra tanti verticali, appoggiato su una mensola, un libriccino di colore giallo, del quale già ho fatto altre parole. Sulla copertina era scritto, in inchiostro nero, con un bel carattere, “Los Angeles 462-0614. Poesie”. Lo presi. Lessi l’intera copertina. In alto, in corsivo, era scritto “il labirinto”. Poi, Charles Bukowski. Sotto il nome dell’autore, il titolo che ho detto (il numero di telefono dell’autore), e a piè di pagina la casa editrice (Savelli). Era il 1982. Portai il libro alla cassa, con la sensazione di aver trovato quel che cercavo. Pagai e uscii. Risalii sino al mercato delle erbe, trovai altri gradini, mi sedetti, mi accesi un’altra puzzolente sigarette di quelle e iniziai a leggere. Era quel che cercavo. Parole che non erano soltanto parole. Lenivano il dolore e carezzavano la pelle. Stetti meglio. Quello è stato il mio incontro con Hank. Da allora non ho più smesso di leggerlo. E di amarlo. E quando ne ho abbastanza di scrittori e presunti tali, di poeti e presunti tali, di critici e presunti tali, di tutto quel che non è e fa di tutto per apparire, quando ne ho le palle piene di tutto l’inutile rumore d’intorno, quando non sopporto più tutto il silenzio, quando il lecchinaggio che chiamano letteratura supera l’orlo, quando sento incensare l’arte per farne soldi in culo all’autentica necessità di creare, quando la bellezza viene spudoratamente insultata in nome di chissà quale cazzo di novità, insomma quando sparirei per non morire di coglionate, allora il buon vecchio Henry sa farmi compagnia. Adesso, mi parla ancora della sua vita e della sua immaginazione traverso le pagine di “Absence of the hero”, stupidamente tradotto per finalità commerciali “Scrivo poesie solo per portarmi a letto le ragazze” (Feltrinelli, 2012, pagine 312, € 17,00). L’immensa mole di “scrittura” di Bukowski mi rassicura: ci sarà sempre qualcosa di suo che potrò leggere per non finire di leggere. Ché, ogni volta, dopo di lui, posso ricominciare. Ché scrivere versi non è uno stolto titolo. Ché fare poesia non è pappagallare. Ché trovare parole per dire l’andare e lo stare non è esercizio di qualunque cosa pensiate. Non è tante altre cose. È urgenza. È resistenza. È cercare di esistere senza sopravvivere. È tante altre cose. Ché “L’atto di scrivere la Parola è un atto miracoloso, la grazia salvatrice, la fortuna, la musica, quello che fa andare avanti”. E questa non è una recensione. È testimonianza! Se v’importa qualcosa di vivere, leggete… Se, invece, v’importa apparire informatevi sull’ultima “notizia” che riguarda Belen (citata in tribunale dalla sua colf). Potrete farne discorso coi vostri amici. Potrei dirvi che ho fatto l’amore con Belen, ma sarebbe fantasia sprecata. Ma lui l’ha scopata. Ne sono certo!

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