Avevo lasciato
l’ingombrante volume di istituzioni di diritto privato sul tavolino che usavo
come scrivania, insieme a tutto il resto. La tazza di caffè vuota. Due
pieghevoli di altrettanti imminenti eventi culturali: una session jazz al
Fermoposta e un nonricordopiù a teatro. Una lattina di arachidi riciclata come
portapenne piena di biro e matite rosse e blu. L’ultimo carteggio d’amore.
Radici di liquirizia. Un blocco di carta per appunti. Altre cianfrusaglie. E
una vecchia fotografia di David Doyle che non smetteva mai di guardarmi. Lei in
B&N di fronte a me. Ne avevo abbastanza. E mi doleva lo stomaco. Dovevo
camminare per non vomitare. Respirando. Inspiravo. Mandavo giù fino allo
stomaco. Trattenevo. Facevo tre passi e buttavo fuori. Così, da via D’Azeglio,
superando il cine d’essai e poi il ponte su quella pisciata di torrente che
chiamavano fiume, giunsi in piazza Garibaldi e da lì, costeggiando un po’ di
medioevo, scesi nella piazza dove la cattedrale e il battistero si guardano di
sbieco. Sedetti sui gradini del negozietto di souvenir adiacente la chiesa e mi
accesi una enneottanta. Non era una Marlboro, ma se anche lo fosse stata non
sarebbe bastata. Il sole era assente. Come altro. Il profumo di brodo di
cappelletti indicava un’ora prossima a quella di pranzo. Mi alzai. Il dolore
era sceso al ventre. Rimisi in moto le mie adidas consunte e mi trovai di
fronte a una libreria. Credo fosse la Rizzoli. Entrai.
Iniziai a girare tra gli scaffali. Notai, orizzontale tra tanti verticali,
appoggiato su una mensola, un libriccino di colore giallo, del quale già ho
fatto altre parole. Sulla copertina era scritto, in inchiostro nero, con un bel
carattere, “Los Angeles 462-0614. Poesie”. Lo presi. Lessi l’intera copertina.
In alto, in corsivo, era scritto “il labirinto”. Poi, Charles Bukowski. Sotto
il nome dell’autore, il titolo che ho detto (il numero di telefono
dell’autore), e a piè di pagina la casa editrice (Savelli). Era il 1982. Portai
il libro alla cassa, con la sensazione di aver trovato quel che cercavo. Pagai
e uscii. Risalii sino al mercato delle erbe, trovai altri gradini, mi sedetti,
mi accesi un’altra puzzolente sigarette di quelle e iniziai a leggere. Era quel
che cercavo. Parole che non erano soltanto parole. Lenivano il dolore e
carezzavano la pelle. Stetti meglio. Quello è stato il mio incontro con Hank.
Da allora non ho più smesso di leggerlo. E di amarlo. E quando ne ho abbastanza
di scrittori e presunti tali, di poeti e presunti tali, di critici e presunti
tali, di tutto quel che non è e fa di tutto per apparire, quando ne ho le palle
piene di tutto l’inutile rumore d’intorno, quando non sopporto più tutto il
silenzio, quando il lecchinaggio che chiamano letteratura supera l’orlo, quando
sento incensare l’arte per farne soldi in culo all’autentica necessità di
creare, quando la bellezza viene spudoratamente insultata in nome di chissà
quale cazzo di novità, insomma quando sparirei per non morire di coglionate,
allora il buon vecchio Henry sa farmi compagnia. Adesso, mi parla ancora della
sua vita e della sua immaginazione traverso le pagine di “Absence of the hero”,
stupidamente tradotto per finalità commerciali “Scrivo poesie solo per portarmi
a letto le ragazze” (Feltrinelli, 2012, pagine 312, € 17,00). L’immensa mole di
“scrittura” di Bukowski mi rassicura: ci sarà sempre qualcosa di suo che potrò
leggere per non finire di leggere. Ché, ogni volta, dopo di lui, posso
ricominciare. Ché scrivere versi non è uno stolto titolo. Ché fare poesia non è
pappagallare. Ché trovare parole per dire l’andare e lo stare non è esercizio
di qualunque cosa pensiate. Non è tante altre cose. È urgenza. È resistenza. È
cercare di esistere senza sopravvivere. È tante altre cose. Ché “L’atto di
scrivere la Parola
è un atto miracoloso, la grazia salvatrice, la fortuna, la musica, quello che
fa andare avanti”. E questa non è una recensione. È testimonianza! Se v’importa
qualcosa di vivere, leggete… Se, invece, v’importa apparire informatevi
sull’ultima “notizia” che riguarda Belen (citata in tribunale dalla sua colf).
Potrete farne discorso coi vostri amici. Potrei dirvi che ho fatto l’amore con
Belen, ma sarebbe fantasia sprecata. Ma lui l’ha scopata. Ne sono certo!
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