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giovedì 15 marzo 2012

Patrizia Berardo


“Neve che turbini in alto e avvolgi/ le cose di un tacito manto. Neve che cadi dall'alto e noi copri/ coprici ancora, all'infinito: imbianca la città con le case, con le chiese,/ il porto con le navi,/ le distese dei prati..... (U. Saba)
La pittura di Patrizia Berardo è come una poesia: leggera e lieve, morbida e sognante. Agli occhi di chi osserva le sue opere si aprono scenari magici, paesaggi dai colori delicati che profumano di nostalgici ricordi.  Sui campi  e sulle strade/ silenziosa e lieve/ volteggiando, la neve/ cade. I suoi paesaggi innevati ci immergono in un mondo sospeso tra la quiete dopo la tempesta e la silenziosa e trepida attesa di una tormenta, in un mondo coperto da una soffice coltre bianca. Nelle case, piccole finestrelle come tante braci luminose e vivaci rivelano un caldo mondo nascosto, creando una piacevole discordanza con il freddo esterno della gelata. Non semplici paesaggi, ma taciti custodi di una vita segreta che si muove al loro interno. Danza la falda bianca/ nell'ampio ciel scherzosa,/ Poi sul terren si posa/ stanca. Quella di Patrizia è una neve che nasconde nella sua delicatezza una natura potente, compatta, tenace, è una neve corposa che copre massiccia le case, gli alberi, i campi, i ricordi, le gioie ed i dolori. La sue neve è pulita, candida, non ancora sporcata dallo scompigliato tramestio della gente di passaggio. E’ una bianca coperta immacolata, intonsa. Prime brine cristalline scintillano e abbagliano luminose un grigio inverno.
In mille immote forme/ sui tetti e sui camini,/ sui cippi e sui giardini/ dorme. Tutto d'intorno è pace;/ chiuso in oblio profondo,/ indifferente il mondo/ tace. (A. Negri, Poesie)
Ma quella di Patrizia non è solo neve quieta e silenziosa: nelle sue bufere si riesce a percepire l’ululato del vento e il turbinio scomposto dei fiocchi che avvolgono sparuti malcapitati per strada. Scorci di luoghi conosciuti, familiari, vicini e lontani nel tempo e negli spazi. Luoghi che non sono solo luoghi, ma momenti, attimi, vita pulsante raccontata con pennello e fiocchi di neve.
Le albe, i tramonti sono un tripudio di sfumature delicate e nel contempo energiche. Un cielo marittimo viene squarciato da infuocati raggi di sole che si allargano imperiosi attraverso l’apatia di una fredda mattina. I silenzi sonnolenti di un paesaggio immobile sono svegliati dalle grida di prepotenti cieli. Cieli che regalano atmosfere cariche di minacciose nubi gonfie di tempesta o che mostrano allontanarsi ombre uggiose dal grigio manto.
Dopo la tormenta il risveglio, il sereno, la vivacità, il Colore.  E’ un Colore con la maiuscola quello delle opere di Patrizia, un colore quasi palpabile, sanguigno e corposo. Un Colore che si diffonde nelle Nature dalle cromie primaverili e autunnali, che rapiscono lo sguardo. I rossi brillanti delle sue melagrane quasi trascendono il quadro con una genuinità che stuzzica tutti i sensi.
Una leggenda narra che il Maestro Cimabue tentò di scacciare una mosca dipinta su una tela di Giotto: ecco nell’opera di Patrizia un impertinente insetto posarsi in un angolo, guardingo e curioso. Realtà e sogno si mescolano, creando un piacevole risvolto metafisico grazie a un piccolo intruso alato. Le sue Nature sono attimi resi immobili, ritagli di tempo immortalati nella posa di un momento. Fermo immagine di momenti sospesi all’infinito, evocatori del mito di una eterna giovinezza. Eterna giovinezza che viene ripresa nelle figure femminili di Patrizia: la sua pittura con il suo tocco magico, sognante ed aggraziato si rivela pienamente anche nelle forme e nelle fattezze delle sue  Donne. Figure morbide ed eleganti in atteggiamenti sinuosi, osservano e si fanno osservare languidamente. L’eleganza delle pose, delle movenze aggraziate e dei colori rapiscono lo sguardo e ammaliano lo spettatore. Circe silenziosa, maliarda sirena, aristocratica dama irraggiungibile, la donna raffigurata da Patrizia racchiude in sé la gioia e la perdizione. Protagoniste indiscusse, magnetiche e sibilline: gli sfondi cromatici non fanno che risaltare il loro eterno ed enigmatico sguardo. Impossibile non incantarsi e non perdersi nel mare di uno scenario incantato in cui una lanterna indica la via tra le mani di una conturbante sirena. Che sia la via giusta o sbagliata non ci è dato sapere.  
Scese, evitando di guardarla a lungo, come si fa col sole, ma vedeva lei, come si vede il sole, anche senza guardare (Lev Tolstoj, Anna Karenina). Intervento di Chiara Berardo 3 Marzo 2012”  (l’opera riprodotta è di Patrizia Berardo)



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