“Neve che turbini in alto e
avvolgi/ le cose di un tacito manto. Neve che cadi dall'alto e noi copri/
coprici ancora, all'infinito: imbianca la città con le case, con le chiese,/ il
porto con le navi,/ le distese dei prati..... (U. Saba)
La pittura di Patrizia Berardo è
come una poesia: leggera e lieve, morbida e sognante. Agli occhi di chi osserva
le sue opere si aprono scenari magici, paesaggi dai colori delicati che
profumano di nostalgici ricordi. Sui
campi e sulle strade/ silenziosa e
lieve/ volteggiando, la neve/ cade. I suoi paesaggi innevati ci immergono in un
mondo sospeso tra la quiete dopo la tempesta e la silenziosa e trepida attesa
di una tormenta, in un mondo coperto da una soffice coltre bianca. Nelle case,
piccole finestrelle come tante braci luminose e vivaci rivelano un caldo mondo
nascosto, creando una piacevole discordanza con il freddo esterno della gelata.
Non semplici paesaggi, ma taciti custodi di una vita segreta che si muove al
loro interno. Danza la falda bianca/ nell'ampio ciel scherzosa,/ Poi sul terren
si posa/ stanca. Quella di Patrizia è una neve che nasconde nella sua
delicatezza una natura potente, compatta, tenace, è una neve corposa che copre
massiccia le case, gli alberi, i campi, i ricordi, le gioie ed i dolori. La sue
neve è pulita, candida, non ancora sporcata dallo scompigliato tramestio della
gente di passaggio. E’ una bianca coperta immacolata, intonsa. Prime brine
cristalline scintillano e abbagliano luminose un grigio inverno.
In mille immote forme/ sui tetti
e sui camini,/ sui cippi e sui giardini/ dorme. Tutto d'intorno è pace;/ chiuso
in oblio profondo,/ indifferente il mondo/ tace. (A. Negri, Poesie)
Ma quella di Patrizia non è solo
neve quieta e silenziosa: nelle sue bufere si riesce a percepire l’ululato del
vento e il turbinio scomposto dei fiocchi che avvolgono sparuti malcapitati per
strada. Scorci di luoghi conosciuti, familiari, vicini e lontani nel tempo e
negli spazi. Luoghi che non sono solo luoghi, ma momenti, attimi, vita pulsante
raccontata con pennello e fiocchi di neve.
Le albe, i tramonti sono un
tripudio di sfumature delicate e nel contempo energiche. Un cielo marittimo
viene squarciato da infuocati raggi di sole che si allargano imperiosi
attraverso l’apatia di una fredda mattina. I silenzi sonnolenti di un paesaggio
immobile sono svegliati dalle grida di prepotenti cieli. Cieli che regalano
atmosfere cariche di minacciose nubi gonfie di tempesta o che mostrano
allontanarsi ombre uggiose dal grigio manto.
Dopo la tormenta il risveglio, il
sereno, la vivacità, il Colore. E’ un
Colore con la maiuscola quello delle opere di Patrizia, un colore quasi
palpabile, sanguigno e corposo. Un Colore che si diffonde nelle Nature dalle
cromie primaverili e autunnali, che rapiscono lo sguardo. I rossi brillanti
delle sue melagrane quasi trascendono il quadro con una genuinità che stuzzica
tutti i sensi.
Una leggenda narra che il Maestro
Cimabue tentò di scacciare una mosca dipinta su una tela di Giotto: ecco
nell’opera di Patrizia un impertinente insetto posarsi in un angolo, guardingo
e curioso. Realtà e sogno si mescolano, creando un piacevole risvolto
metafisico grazie a un piccolo intruso alato. Le sue Nature sono attimi resi
immobili, ritagli di tempo immortalati nella posa di un momento. Fermo immagine
di momenti sospesi all’infinito, evocatori del mito di una eterna giovinezza. Eterna
giovinezza che viene ripresa nelle figure femminili di Patrizia: la sua pittura
con il suo tocco magico, sognante ed aggraziato si rivela pienamente anche
nelle forme e nelle fattezze delle sue
Donne. Figure morbide ed eleganti in atteggiamenti sinuosi, osservano e
si fanno osservare languidamente. L’eleganza delle pose, delle movenze
aggraziate e dei colori rapiscono lo sguardo e ammaliano lo spettatore. Circe
silenziosa, maliarda sirena, aristocratica dama irraggiungibile, la donna
raffigurata da Patrizia racchiude in sé la gioia e la perdizione. Protagoniste
indiscusse, magnetiche e sibilline: gli sfondi cromatici non fanno che
risaltare il loro eterno ed enigmatico sguardo. Impossibile non incantarsi e
non perdersi nel mare di uno scenario incantato in cui una lanterna indica la
via tra le mani di una conturbante sirena. Che sia la via giusta o sbagliata
non ci è dato sapere.
Scese, evitando di guardarla a
lungo, come si fa col sole, ma vedeva lei, come si vede il sole, anche senza
guardare (Lev Tolstoj, Anna Karenina). Intervento di Chiara Berardo 3 Marzo 2012” (l’opera riprodotta è di Patrizia Berardo)

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