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venerdì 28 gennaio 2011

Lezioni di crudeltà di Andrea Leone (Poiesis editrice)







Ragazza che la perfezione ammala,

cronaca della vita che grida definitva

mentre io

dormo nel danno senza tempo.

“Sanfelice. Spello. Villanova”.

Io dall’Europa centrale leggo i nomi

che mi incantano e sanno

già tutto della mia algebra e della mia ombra.

voi inarrivabili annali quando i più giovani

tra di noi partirono

verso il mattino del dio definitivo.

annali indicibili, ferrei

fiori della forza

quando ami

i tuoi nomi e lentamente, per sempre dici chi sei.

Romanzo del disastro e dell’entusiasmo come egli stesso definisce “Lezioni di crudeltà”, di Andrea Leone, è totalmente dentro le malattie definitive della stirpe. Nel velario, sfogliato in due sezioni, affidandosi alla aritmetica dei numeri, il poeta svela la cifra estrema del disastro. Come in un battito di ali, Leone vuole individuare la cifra precisa, in una unità di tempo e di spazio, che riassume in un momento e in un luogo il tempo feroce del teatro. Il deliro della scena shock dell’incidente è costruita e ricostruita più volte in un apparente, reale epos personale che sfocia nella rappresentazione estraniante del ciclo del crollo, la festa imperiale della fine. Da qui il precipitare rabbioso della lingua nel grande altro da cui origina lo spavento che la imprigiona: La storia, l’esatto/ corpo del tormento, la lingua che non parla e non sa più trovare la voce: Sono io, sono davvero io/ chi sta parlando? Il poeta stesso cerca nel tono, nella forza, nella precisione, la lingua crudele della catastrofe; la catarsi della specie prepotente che merita il castigo, poiché non sa vedere la luce ab origine. La lotta titanica si snoda così, sopra le teste nere degli uomini, si dispone come nel mito Mesopotamico di Marduk. Tutto procede per scene successive. Prevale il monologo, come scrive nella prefazione Michelangelo Zizzi, il romanzo dell’attimo e del massacro di chi nasce e trova tutto ormai accaduto, storia dello stordimento, appunto. Quasi un’antropogonia tragica, dove la conquista del bene deve battersi con l’imperio feroce di mondi sovrastanti e sottostanti. E il poeta deve inventarsi di nuovo un’epica didascalica per contrastare la crudeltà dell’età perfetta, la pulsione perversa del genere umano a non voler diventare adulto. E quanto è lontano un poeta come Andrea Leone (ma penso anche a Biagio Lieti, Afonso Guida o a Carla Saracino) da un Novecento consumato a preparare musei di catastrofi, dove i nuovi poeti sono abbandonati ai territori dell’inesistenza. Nei loro versi trovo così la rabbia di una spietata cerimonia; l’impianto disperato di altre forme, nuovi stili, per bucare la lingua che si è fatta afona nella metastasi criminale devastata dalla necrosi della cronaca. Ciò che fa dire ad Andrea Leone Io sono l’estrema battaglia del battesimo.

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