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venerdì 23 aprile 2010

L'umiliazione di Philip Roth (Einaudi)



















E’ la fine per Simon Axler. Superati i sessant'anni ha perso il suo tocco magico in ogni cosa. Sul palcoscenico si sente mediocre, patetico, in una parola un idiota. Ha perso fiducia nelle sue doti, è in una totale paranoia perché pensa sempre che la gente rida di lui alle spalle. La moglie se n'è andata, il pubblico anche lo ha abbandonato, il suo agente cerca di convincerlo a ritornare sulle scene. In questo quadretto tutt’altro che idilliaco affiora dalle tenebre più fitte uno strano desiderio erotico, che lo porterà verso una destinalità finale cupa e rovinosa. Roth è un maestro nel cercare di farci capire come ogni giorno creiamo finzioni su finzioni per tollerare le tante brutture che ci assalgono nella vita di ogni giorno, e tutti quegli pseudo-strumenti e meccanismi di auto-aiuto che costruiamo per sopravvivere e difendere con le unghie e con i denti quel poco di solidità, speranza, reputazione che ci rimangono.

Ciò che affascina e cattura di questo libro, è che il gigantesco Roth vuole far capire come la gente sia sempre più terrorizzata dall’idea di perdere quel poco che ha ottenuto e che sta tutto nel palmo di una mano. E questo aggiungo io vale sia per la gente comune, che per gli artisti come ci suggerisce nel caso specifico l’autore. Il punto di non ritorno a cui è giunto Simon Axler, e che occupa tutta la parte del libro, altro non è che il tragico canto di chi ha ormai perso in maniera totale il controllo della sua vita.

E nulla può più nemmeno la seducente Pegeen Stapleford, quarantenne, lesbica, figlia di una coppia di attori con cui aveva collaborato in gioventù, che tenta di riportare (forse in fondo in fondo un po’ Roth ci crede in questo tenue barbaglio) l'allegria nella sua vita. Per leggere questo libro vi occorrerà tutto fuorché la fretta rognosa che vi fa inseguire scadenze e affini. Scordatevi la psicanalis e derivati da salotto; questo è un libro che si lascia amare solo perché è stato scritto da Philip Roth e basta. Un lavoro che definire splendido è poco.

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