Gettare una luce sui
problemi più seri e al tempo stesso non pronunciare una sola frase seria,
subire il fascino della realtà del mondo contemporaneo e al tempo stesso
evitare ogni realismo - ecco "La festa dell'insignificanza". Chi
conosce i libri di Kundera sa che il desiderio di incorporare in un romanzo una
goccia di "non serietà" non è cosa nuova per lui. Nell'Immortalità
Goethe e Hemingway se ne vanno a spasso per diversi capitoli, chiacchierano, si
divertono. Nella Lentezza, Vera, la moglie dell'autore, lo mette in guardia:
"Mi hai detto tante volte che un giorno avresti scritto un romanzo in cui
non ci sarebbe stata una sola parola seria ... Ti avverto però: sta'
attento". Ora, anziché fare attenzione, Kundera ha finalmente realizzato
il suo vecchio sogno estetico - e "La festa dell'insignificanza" può
essere considerato una sintesi di tutta la sua opera. Una strana sintesi. Uno
strano epilogo. Uno strano riso, ispirato dalla nostra epoca che è comica
perché ha perduto ogni senso dell'umorismo.
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mercoledì 15 novembre 2017
L' insostenibile leggerezza dell'essere di Milan Kundera. Traduttore: A. Barbato, B. Dierna (Adelphi)
"Il suo romanzo ci
dimostra come nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero
non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità e la
mobilità dell'intelligenza sfuggono a questa condanna: le qualità con cui è
scritto il romanzo, che appartengono a un altro universo da quello del
vivere" (Italo Calvino). "Chi è pesante non può fare a meno di
innamorarsi perdutamente di chi vola lievemente nell'aria, tra il fantastico e
il possibile: mentre i leggeri sono respinti dai loro simili e trascinati dalla
"compassione" verso i corpi e le anime possedute dalla pesantezza.
Così accade nel romanzo: Tomás ama Tereza, Tereza ama Tomás: Franz ama Sabina,
Sabina (almeno per qualche mese) ama Franz; quasi come nelle Affinità elettive
si forma il perfetto quadrato delle affinità amorose". (Pietro Citati).
Antonio Paolacci pubblica PIANO AMERICANO (Un meta-romanzo sul tema della falsificazione) per Morellini editore
UN META-ROMANZO IRONICO
SUL TEMA DELLA FALSIFICAZIONE - Nei giorni che precedono la nascita del suo
primo figlio, l’io narrante – che porta il nome dell’autore Antonio Paolacci –
decide di abbandonare per sempre la scrittura: è l’inizio paradossale di un viaggio
originale e umoristico tra realtà e finzione, con il racconto delle avventure
grottesche di un manipolo di personaggi bizzarri: una coppia impegnata a
realizzare uno scherzo mediatico di portata storica, un agente segreto del
tutto anomalo, un intellettuale tossicomane e perfino un uomo semi-invisibile.
QUASI UN SAGGIO IN
FORMA NARRATIVA - Senza mai perdere il suo carattere narrativo, il testo
contiene svariate digressioni, collegate alla trama, che hanno per tema il
cinema, l’editoria, la fiction e la comunicazione in genere. In particolare si
parla del linguaggio audiovisivo, del potere delle immagini, della relazione
psicanalitica tra narrazione e inconscio. PIANO AMERICANO è un testo
innovativo, che sperimenta nuove possibilità letterarie
ANTONIO PAOLACCI (1974)
è nato nel basso Cilento e vive a Genova. È scrittore ed editor dal 2007. Ha
pubblicato Flemma (Perdisa Pop, 2007), Salto d’ottava (Perdisa Pop, 2010),
Accelerazione di gravità (SenzaPatria, 2010), Tanatosi (Perdisa Pop, 2012) e
svariati racconti e articoli in antologie collettive e riviste. Ha condotto
alcuni studi di psicoanalisi del cinema (tema dominante di questo romanzo)
considerati in ambito accademico i più approfonditi sull’argomento. È stato il
direttore editoriale del marchio ‘Perdisa Pop’ dal 2011 al 2014. È l’ideatore
di ‘Progetto Santiago’, il primo progetto editoriale italiano interamente
gestito da un nutrito gruppo di scrittori, artisti e professionisti
indipendenti.
martedì 14 novembre 2017
Elogio dell'ombra di Jorge L. Borges. Curatore: T. Scarano (Adelphi)
Ogni suo nuovo libro di
versi, insinua Borges nel Prologo con incantevole autoironia, è un appuntamento
con temi che il «rassegnato lettore» prevede: specchi, spade, il tempo che è
«la varia / trama di sogni avidi che siamo», il labirinto senza fine che ci
serra, Buenos Aires che è la «milonga fischiettata che non riconosciamo e ci
emoziona». E ancora il dialogo con gli autori in cui Borges si rispecchia –
Ricardo Güiraldes, il «fratello della notte» De Quincey, il persiano che
concepì le Rubaiyat, Hilario Ascasubi – o che, come Joyce, lo hanno riscattato
con il loro ostinato rigore: le «segrete leggi eterne», del resto, dove altro
sono se non nei libri? Nei libri letti, certo, perché la lettura è arte più
raffinata della scrittura («Altri si vantino delle pagine che han scritto; / io
vado fiero di quelle che ho letto»), ma anche nei libri semplicemente
catalogati, perché ordinare una biblioteca «è esercitare, / umilmente e in
silenzio, / l'arte della critica». Sono temi che il «rassegnato lettore»
ritroverà qui, in realtà, con la intatta, particolare gioia «delle vecchie cose
amate», scoprendo oltretutto che due nuovi, essenziali, se ne aggiungono (basti
pensare a Una preghiera e a Elogio dell'ombra): l'etica, che non aveva mai
smesso di appassionare l'amato Stevenson, e che al dottor Johnson aveva fatto
dire: «La prudenza e la giustizia sono prerogative e virtù di ogni epoca e
luogo; siamo eternamente moralisti e solo a volte geometri». E la vecchiaia,
che è «dolcezza», quieta attesa della morte e di una luminosa rivelazione:
«Presto saprò chi sono».
Finzioni di Jorge L. Borges (Einaudi)
Un falso paese scoperto
"nelle pagine di un'enciclopedia plagiaria", Uqbar, e un pianeta
immaginario, Tlön, "labirinto ordito dagli uomini" ma capace di
cambiare la faccia del mondo; il "Don Chisciotte" di Menard, identico
a quello di Cervantes eppure infinitamente più ricco; il mago che plasma un
figlio nella materia dei sogni e scopre di essere a sua volta solo un sogno;
l'infinita biblioteca di Babele, i cui scaffali "registrano tutte le
possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici... cioè tutto ciò
ch'è dato di esprimere, in tutte le lingue" e che sopravviverà
all'estinzione della specie umana; il giardino dei sentieri che si biforcano;
l'insonne Funes, che ha più ricordi di quanti ne avranno mai tutti gli uomini
insieme.
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