sabato 13 marzo 2010

Un giorno come lei di Isabella Marchiolo (Abramo editore). Intervento di Rossella Montemurro

La famiglia rifugio, nido sicuro, àncora di salvataggio nei momenti critici. Dimenticate tutto questo: dopo la lettura di “Un giorno come lei” (Abramo, collana Le Onde) di Isabella Marchiolo, del concetto classico di famiglia rimarrà un ricordo sbiadito. C’è una madre, Catena, che ha deciso di fuggire e a causa del suo “colpo di testa” dettato dal coraggio o dall’incoscienza di inseguire quello che crede essere il “vero amore”, ferisce in modo irreparabile il marito e i due figli,Lorenza e Federico. Due giovani vite, queste ultime, che si troveranno a fare i conti con un dolore probabilmente mai affrontato del tutto, tanto da rimanere imprigionate in una condizione, essenzialmente psicologica, di perenne “sospensione”: Federico, tutto d’un pezzo sul lavoro ma incapace di sciogliere alcuni nodi nel privato (si rifiuta, ad esempio, di chiedere spiegazioni a Tiziana, la sua ex, sui motivi che l’hanno spinta a lasciarlo ad un passo dall’altare); Lorenza, donna forte solo in apparenza, capace di accettare la sfida del rischio, reinventandosi in una torbida doppia vita. Di “Un giorno come lei” colpisce la scrittura introspettiva che rende molto bene la complessità dei protagonisti e delle loro storie: è una trama che non lascia indifferenti e che non ha paura di misurarsi con alcune tematiche (il senso materno, la famiglia, il tradimento, solo per citarne alcune) completamente rivisitate, con forza, dall’autrice.

Il tuo è un romanzo “ispirato alle vite di quelli che scappano, per la fragilità. A quelli che restano, per il coraggio”. Hai affermato di aver conosciuto tanta gente che scappa e tra loro c’eri anche tu ma non sei mai riuscita ad andare fino in fondo. Quanto è stato terapeutico scrivere “Un giorno come lei”?
«E’ stato terapeutico scriverlo e soprattutto rileggerlo quando il mio personale “istinto fuggiasco” svaporava lentamente in una nuova consapevolezza di me stessa. E mentre ero al lavoro sulla revisione pensavo che il romanzo era anche un “dono di commiato”. Mi spiego: credo che la maggior parte degli esseri umani, in almeno un momento della vita, abbia desiderato scappare da qualcosa. Per alcuni (come Lorenza), la fuga è la rottura, l’evasione da un mondo che non si sente affine; per altri (come Catena), la fuga coincide con l’impossibile volontà di bloccare nel tempo un destino felice (o che si crede sia felice), per esempio un grande amore. A Lorenza ho regalato la possibilità di attraversare due vite e uscirne indenne, cambiando il corso delle cose, anche da sola e contro tutti. A Catena ho regalato l’utopia più dolce e irreale, quella di salvare l’irrimediabile declino di un amore, e per declino intendo il naturale “invecchiamento” di certi sentimenti che, al loro acme, sembrano promesse di felicità assoluta e senza ombre. Questo, se ricordi, era già il tema dell’ultimo racconto di “Comuni immortali”, ma lì i due amanti sceglievano una soluzione ancor più estrema per “conservare” l’eternità della passione».
Tra famiglie irrimediabilmente sgretolate e famiglie che non si comporranno mai (penso a Lorenza), alla fine quello che viene fuori è un ritratto molto disilluso della realtà contemporanea. La famiglia, che dovrebbe essere un nucleo protettivo, diventa invece in “Un giorno come lei” spesso causa di dolore. Per effetto di una reazione a catena, genitori, figli e amanti si ritrovano a vivere vite frammentate, per colpa di scelte dettate dall’emotività e dalla passione. C’è sempre l’assenza, volontaria, di qualcuno che provoca ferite difficilmente rimarginabili. E chi è rimasto è costretto a vivere in una sorta di “sospensione”, tra passato e presente. Pur di non rimanere soli, alcuni protagonisti sono disposti a fare scelte controcorrente. Hai ribaltato con coraggio il concetto di “famiglia”.
«Credo che oggi la famiglia stia sperimentando nuove forme di aggregazione e affettività. Ci sono le coppie di fatto, e tra queste le coppie gay. Ci sono sempre più famiglie allargate dove gli ex, anziché farsi la guerra, si aprono alla frequentazione dei nuclei nati dalle separazioni, sebbene lo facciano soprattutto per il bene dei figli. Non credo, come sostengono i “family men” cattolici, che queste novità sociali indeboliscano il concetto di famiglia. Anzi, queste forme contemporanee di stare insieme rafforzano l’idea che la famiglia sia un valore irrinunciabile, qualcosa di cui non possiamo fare a meno. Idea che mi trova d’accordo, mentre non sono affatto d’accordo sui fondamentalismi attorno al concetto di famiglia. In questo senso, le scelte spesso trasgressive dei personaggi nel mio romanzo sono una provocazione. Le storie di Catena, Lorenza o Federico, dimostrano quanto male possa fare una famiglia fondata solo sugli schemi, sul muro delle apparenze e delle convenzioni. Da madre, io non riuscirei a compiere la scelta di Catena perché nella maternità ho scoperto la mia autentica essenza, ho trovato la realizzazione di me stessa. Ma non significa che con questo io sia legittimata a giudicarla: quello di Catena è di certo un comportamento che sciocca e provoca dolori non rimarginabili, ma a nessuno spetta emettere giudizi. Essere madre non annulla l’essere persona: ci sono anche donne che non si riconoscono appieno nella maternità, e questa contraddizione porta con sé traumi personali dilanianti. E se non si è donne consapevoli non si può essere madri felici, neppure se la natura ha fecondato un altro essere umano nel proprio corpo».
Il rapporto tra Lorenza e Federico lascia presagire l’ombra dell’incesto, anche solo immaginato.
«Il sentimento che lega Lorenza e Federico è forte e doloroso. Nella loro affinità, nella loro attrazione, i due fratelli tentano di colmare un vuoto, una ferita aperta nell’infanzia e mai suturata. Fino a dove potrà spingersi la pulsione dell’uno verso l’altra è un limite “aperto”, che lascio alla delicatezza – o al coraggio – del lettore».
Nel romanzo racconti anche di due bambini scomparsi. Inevitabile pensare alla vicenda dei fratellini di Gravina. E’ una storia che ti ha colpita in modo particolare?
«Sì, mi ha colpito subito soprattutto la possibilità che, com’è ovvio, mai nessuno, nella cruda evidenza delle indagini, ha voluto dare alla storia di Ciccio e Tore: quella che fossero fuggiti di propria volontà e che, in qualche parte del mondo, fossero felici. Quando ho scritto il libro, ancora non sapevamo del tragico epilogo di questa vicenda, ma poi non ho mai pensato di cambiare la mia versione dei fatti. I “miei” fratellini si trovano in un posto molto più bello di quello che, nella realtà, gli ha assegnato la sorte».
E’ una scelta voluta quella dei vocaboli all’inizio di ogni capitolo che hanno a che fare principalmente con tematiche psicologiche (tipo insonnia, stordimento, afasia, dissimulare)?
«Non ho fatto una scelta di questo tipo. Mi interessava sottolineare il rigore del “dizionario Gallucci” in relazione al personaggio di Leandro. E poi ho pensato a un filo subliminale (quello sì, psicologico) con gli stati d'animo vissuti dai personaggi nei vari capitoli».
Quale tra i vari personaggi senti più vicino?
«Un po’ tutti, di certo soprattutto le donne. Amo molto Catena, per la sua fragilità e sincerità. E mentre
scrivevo ho imparato ad amare Anna: un personaggio a me antitetico, al quale sono riuscita a ritrovarmi affine e persino solidale».


Isabella Marchiolo ha pubblicato “Schermi dell’utopia – glossario dei calabresi nel cinema” (Ariel) e “Comuni immortali” (Palomar), vincitore del Premio Anassilaos Giovani.

2 commenti:

  1. Bellissima intervista! Certo che il concetto classico di famiglia si rivela sempre più per quello che è: una semplice fantasia, come dimostrano anche i principali studi sociologici (ti suggerisco la nostra intervista a Chiara Saraceno).

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